La confisca per equivalente per i reati tributari trova obbligatoria applicazione anche in caso di patteggiamento

La Corte di Cassazione, Sezione III, con la recente sentenza del 28 novembre 2016, n. 50338, ha ribadito che la confisca “diretta” o “per equivalente” del profitto dell’illecito penal-tributario, coincidente con l’imposta evasa, deve obbligatoriamente essere disposta anche con il provvedimento giurisdizionale di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p. (c.d. patteggiamento).
In particolare, a seguito di ricorso presentato dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma avverso la sentenza del Tribunale di Frosinone che, nel disporre l’applicazione della pena per il reato di cui al comma 1 dell’art. 5 D.Lgs. n. 74/2000 (ommessa presentazione della dichiarazione ai fini I.V.A.)1, aveva omesso di disporre la confisca per equivalente prevista per il reato contestato con riferimento al profitto illecitamente conseguito, la Suprema Corte precisa che: l’istituto della confisca per equivalente anche in materia penale tributaria è stato, inizialmente, introdotto dalla Legge Finanziaria 2008, che (per talune fattispecie di reato contenute nel D.Lgs. n. 74/2000) operava espresso rinvio all’art. 322 ter c.p..
Nello specifico, l’art. 1, c. 143, della Legge 24 Dicembre 2007, n. 244 stabiliva che “nei casi di cui agli articoli 2, 3, 4, 5, 8, 10 bis, 10 ter, 10 quater e 11 del decreto legislativo 10 marzo 2000 n. 74 si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui all’art. 322 ter del codice penale” (la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente al prezzo)2;
La successiva riforma del sistema sanzionatorio tributario, disciplinata dal D.Lgs. 24 settembre 2015, n. 158, ha introdotto (in seno al D.Lgs. n. 74/2000) l’art. 12 bis, recependo, in sostanza, il contenuto del menzionato art. 322 ter c.p., ed estendendone l’applicabilità a tutte le fattispecie illecite, compresa l’ipotesi di cui all’art.10 dello stesso decreto, concernente il reato di occultamento o distruzione di documenti contabili, precedentemente non richiamato dal comma 143 sopra citato; “va allora ribadito che, in ragione delle norme appena richiamate, la confisca ‘diretta’ o ‘per equivalente’ del profitto del reato, coincidente con l’imposta evasa, nel caso di specie indicata testualmente dal capo d’imputazione in Euro 797.762,52, va sempre obbligatoriamente disposta anche con la sentenza di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p.”3.
Sul punto, si reputa opportuno chiarire altresì che l’applicazione della pena su richiesta delle parti, come espressamente previsto dal comma 2 dell’articolo 13-bis del D.Lgs. n. 74/2000, può essere chiesta solo quando ricorrono le specifiche circostanze attenuanti di cui al comma 1 del medesimo articolo e, quindi, solo qualora, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari, comprese sanzioni amministrative e interessi, siano stati estinti mediante integrale pagamento degli importi dovuti, anche a seguito delle speciali procedure conciliative e di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie, ovvero sia stato attivato il ravvedimento operoso, quest’ultimo istituto oggetto di una profonda riforma ad opera della Legge 23 dicembre 2014, n. 190.
Va, inoltre, precisato che, con specifico riguardo alla figura criminosa oggetto della presente sentenza (omessa presentazione della dichiarazione I.V.A.):

ai sensi del comma 2 dell’articolare 13 del D.Lgs. n. 74/2000 (come riformulato dall’art. 11 del menzionato D.Lgs. n. 158/2015), è prevista la non punibilità per le condotte di dichiarazione infedele e omessa presentazione (di cui agli articoli 4 e 5) in caso di integrale pagamento degli importi dovuti, a seguito del ravvedimento operoso o della presentazione della dichiarazione omessa entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo, sempreché il ravvedimento o la presentazione siano …

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