La mediazione tributaria è costituzionalmente legittima

queen_of_heartsLa Corte Costituzionale, con l’Ordinanza n. 38 del 2017, ha dichiarato inammissibili, o comunque non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate in riferimento all’art. 17-bis del D.Lgs. n. 546/1992.

Il giudizio di legittimità costituzionale era stato promosso dalla Commissione Tributaria Provinciale di Milano, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione.

Secondo il rimettente la disposizione impugnata poteva ledere, innanzitutto, l’art. 3 Cost., sotto il profilo della disparità di trattamento, dal momento che essa si riferisce (riferiva) ingiustificatamente ai soli tributi di competenza dell’Agenzia delle entrate e nel limite dei ventimila euro.

La soglia dei ventimila euro, del resto, poteva discriminare, in assenza di idonea giustificazione, la situazione dei contribuenti in ragione di un mero dato quantitativo che non trova riscontro in altri istituti del diritto tributario.

Altra possibile censura atteneva poi alla possibilità per il contribuente di invocare la tutela cautelare solo a seguito della proposizione del ricorso giurisdizionale, dal momento che l’art. 47 del d.lgs. n. 546 del 1992 consente di ottenere la sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato solo a condizione che il contribuente si sia costituito nel giudizio sul merito dell’atto stesso. L’esclusione della possibilità di adire con immediatezza la tutela cautelare in relazione alla sola tipologia di contenzioso descritta sarebbe stata, ad avviso del giudice rimettente, «irrazionale, contraria al principio di uguaglianza e ingiustificata», trattandosi della tutela giurisdizionale di posizioni giuridiche soggettive che «devono essere garantite nei casi nei quali l’atto sia immediatamente esecutivo».

La disposizione censurata, inoltre, poteva ledere l’art. 24 Cost., dal momento che, di fatto, limitava la possibilità di agire per la tutela dei propri diritti, sino ad escluderla del tutto qualora non fosse stata esperita una preventiva fase amministrativa, laddove la stessa Consulta, pur avendo generalmente ritenuto legittimo il differimento della possibilità di agire in giudizio in presenza di specifiche necessità, aveva già in passato escluso che, anche in tali casi, il diritto di azione potesse essere eccessivamente compresso e, comunque, che l’ammissibilità stessa dell’azione potesse essere condizionata al previo esperimento di un rimedio amministrativo.

In riferimento infine all’art. 111 Cost., il giudice rimettente deduceva, in primo luogo, che la disposizione censurata comportava un’eccessiva dilatazione dei tempi di introduzione del giudizio tributario, in violazione del principio della ragionevole durata del processo.

La violazione del medesimo parametro era poi dedotta anche in riferimento al fatto che la disposizione censurata attribuisce il compito di decidere il reclamo e quello di mediatore a una delle parti della controversia (sia pure attraverso apposite strutture diverse e autonome da quelle che curano l’istruttoria degli atti reclamabili), in contrasto con la necessaria terzietà dell’organo al quale detti ruoli («anche nel diritto comunitario») devono essere conferiti.

Il giudice rimettente sottolineava poi, a tal proposito, come la sentenza n. 272 del 2012 della stessa Corte Costituzionale, in materia di mediazione civile, aveva evidenziato che l’istituto della mediazione trova il suo fondamento nel diritto dell’Unione europea, dovendo quindi la finalità deflattiva dell’istituto della mediazione essere raggiunta in forza dell’autorevolezza e dell’utilità concreta della mediazione e non con strumenti di obbligatorietà del ricorso ad essa e dovendo comunque svolgersi in modo imparziale rispetto alle parti coinvolte (art. 4 della direttiva n. 2008/52/CE).

La Presidenza del Consiglio, rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedeva l’inammissibilità o la non fondatezza delle questioni sollevate, anche…

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