Le contabilità semplificate per cassa: una novità con diversi profili di criticità

semplificate-2017Non è nostra intenzione in quest’articolo riprendere – se non strettamente necessario per la completezza del presente scritto – l’esposizione pedissequa del tema nei suoi vari passaggi, ma non possiamo non affermare che la scelta del regime semplificato sembra approdata una un bivio che appare caratterizzato da diverse criticità.

La prima attiene ai profili di possibile incostituzionalità del provvedimento che in uguali condizioni imprenditoriali soggettive, oggettive e di valore può condurre ad un carico tributario differente in ragione del diverso regime contabile adottato. E’ vero che la scelta del regime è riservata al contribuente, ma non si può porre la scelta tra il regime semplificato (per cassa o forse meglio misto) e contrapporre (per necessità) solo il regime di contabilità ordinaria per competenza. La scelta (correttamente) avrebbe dovuto essere posta tra il regime semplificato per competenza e il regime semplificato per cassa. Così non è stato (non voluto da un legislatore assolutamente non distratto) e quindi quella che è stata presentata come una semplificazione alla fine potrebbe rivelarsi foriera di grossi problemi.

Optare (per necessità) per il regime di contabilità ordinaria costa di più al contribuente e quindi non è una scelta equivalente al regime semplificato. La seconda criticità è rappresentata dalla possibilità che l’adozione per il regime semplificato per cassa crei in presenza di cospicue e reali rimanenze finali 2016, redditi virtuali specie nel biennio 2016/2017, fatto facilmente spiegabile con un semplice esempio che forniremo in seguito.

Altra criticità è la stessa definizione (o se volete classificazione del regime) che non è un regime di cassa puro, ma più correttamente definibile misto perché la quota di operazioni che sono assoggettate al regime di cassa puro è solo quella che esprime le operazioni caratteristiche di gestione (acquisti di beni e servizi del ciclo passivo e vendite di beni e servizi del ciclo attivo); mentre ammortamenti, canoni di leasing, accantonamenti TFR, minusvalenze e plusvalenze (ma anche le eventuali variazioni fiscali a riporto dagli anni precedenti certamente estranee al regime di cassa) rientrano tra le operazioni rilevanti ai fini delle imposte sui redditi, partecipando alla formazione del reddito fiscale «per competenza».

Il problema della possibile incostituzionalità del provvedimento

In relazione al primo profilo di criticità occorre ricordare all’estensore della norma che l’articolo 53 della Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Non vi è alcun cenno all’obbligo di contribuire al pagamento delle spese pubbliche in ragione del tipo di contabilità adottata. Certo i promotori di questa norma potrebbero opinare affermando che la contabilità non è il metodo di determinazione del reddito fiscale, bensì lo strumento tecnico attraverso il quale si perviene al calcolo del reddito. Pur accettando questa impostazione le regole che ciascuno strumento si dà non possono creare una capacità contributiva che non esiste.

Esempio di possibile distorsione reddituale

A questo punto si può dimostrare con un semplice esempio l’assunto del precedente paragrafo:

Si supponga che un contribuente esercente l’attività di commercio al dettaglio abbia nel 2016 acquistato una partita di merci di n. 10.000 capi al prezzo di 10 euro ciascuno per un costo totale di acquisto di Euro 100.000. Ricordiamo che nel 2016 il reddito di questo commerciante dovrà essere tassato comunque per competenza e quindi le rimanenze finali (eventuali) entreranno nel calcolo del reddito fiscale del 2016. Si ipotizzi che il 50 % della partita di merci sopra indicata sia stata venduta entro il 31/12/2016 ad un prezzo di 20 Euro ciascuno e che il restante 50 % della medesima fornitura sia ancora giacente in magazzino e venduto per intero nel 2017. Il…

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