Imposta di registro e casi di abuso del diritto

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9582 dell’11.5.2016, ha chiarito i termini di connessione tra la disciplina in tema di riqualificazione ai sensi dell’art. 20 del Dpr 131/86 e la disciplina in tema di abuso del diritto appena introdotta dall’art. 10 bis dello Statuto del Contribuente.
Nel caso di specie la Commissione Tributaria Regionale di Milano accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale, confermando l’avviso di liquidazione ed irrogazione sanzioni relativo all’imposta di registro, emesso a seguito della revoca del regime agevolato previsto dall’art. 1, c. 6, Tariffa I, del DPR 131/86, concernente gli acquisti di fabbricati in regime di esenzione IVA ex art.10, c. 1, n. 8-bis, del DPR 633/72.
Rilevava al riguardo la Commissione Tributaria Regionale che la società ricorrente non aveva provveduto alla rivendita dell’immobile acquistato in regime agevolato entro il termine triennale, escludendo che il trasferimento del ramo di azienda, comprendente il suddetto immobile, in favore di altra società, fosse assimilabile alla rivendita a terzi richiesta dal citato art. 1.
La società impugnava allora la sentenza della Commissione Tributaria Regionale, censurando, fra le altre, la violazione di legge concernente l’art.1 6°comma, della Tariffa I del DPR 131/86.
Il ricorso, secondo i giudici di legittimità, era infondato.
La Suprema Corte, in particolare, in merito all’individuazione della norma antielusiva, evidenzia che nell’avviso di liquidazione era contenuto un generico riferimento al fatto che la tesi del contribuente, volta a ricondurre la cessione del ramo d’azienda tra i negozi giuridici comportanti il trasferimento a terzi degli immobili acquistati in regime agevolato, avrebbe potuto far ritenere l’intera operazione “dettata da intenti elusivi”.
La motivazione dell’avviso di liquidazione faceva quindi riferimento ad una finalità elusiva, intesa in generale quale indebita sottrazione a tassazione, frutto di una errata interpretazione dell’ambito oggettivo di applicazione dell’agevolazione in esame.
Nel momento in cui la CTR aveva recepito un’interpretazione della normativa incompatibile con l’estensione dell’agevolazione alla fattispecie della cessione di ramo di azienda, la questione concernente la finalità elusiva, secondo la Corte, doveva comunque essere ritenuta assorbita, atteso che l’esclusione dell’agevolazione conseguiva direttamente dal diverso ambito oggettivo di applicazione della norma.
La Corte di Cassazione evidenzia inoltre di aver già avuto occasione di chiarire che l’art. 20 del d.p.r. 131 cit. “non è disposizione che dal legislatore sia stata predisposta al recupero di imposte «eluse», questo perché l’istituto dell’«abuso del diritto» d’imposte in attualità disciplinato dall’art. 10 bis 1. 27 luglio 2000 n. 212 presuppone una mancanza di «causa economica» che non è invece prevista per l’applicazione dell’art. 20 d.p.r. n. 131 cit.”.
Tale norma, invece, semplicemente impone, ai fini della determinazione dell’imposta di registro, di qualificare l’atto, o il «collegamento» negoziale, in ragione del loro effetto «intrinseco».
E cioè in ragione degli effetti «oggettivamente» raggiunti dal negozio o dal «collegamento» negoziale, come per esempio può avvenire con il conferimento di beni in una società e la cessione di quote della stessa, che, se «collegati», potrebbero essere senz’altro idonei a realizzare «oggettivamente» gli effetti della vendita e cioè il trasferimento di cose dietro corrispettivo del pagamento del prezzo.
Ed è utile ulteriormente precisare, secondo la Corte, che la fattispecie regolata dall’art.20 d.p.r. n. 131 cit. nemmeno ha a che fare con l’istituto della simulazione, atteso che la riqualificazione in parola avviene anche se le parti hanno realmente voluto quel negozio o quel «collegamento» negoziale e questo appunto perché ciò che conta sono gli …

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