Dopo la protesta… bisogna aumentare le competenze


Giusto protestare il 14 dicembre ma…

Tra i motivi che animeranno la protesta del 14 dicembre a Roma figura anche la denuncia di una minacciata “invasione di campo” da parte dei tributaristi nella rappresentanza dinanzi agli uffici tributari. E questo piaccia o non piaccia ai teorici del “siamo tutti nella stessa barca”, della “nessuna distinzione tra professionisti di serie A e serie B” e del “volemose bene”.

Al “vengo anch’io”, pronunciato inizialmente dalle altre categorie professionali, i commercialisti sembrano aver risposto: “No tu no!”.

Da qualche anno, del resto, campagne di informazione ordinistiche e prese di posizioni ufficiali hanno cercato di mettere qualche traballante steccato in un praticello in cui ormai bivaccano, pascolano in tanti, forse troppi. Ma i muri, si sa, non fanno altro che far crescere l’antipatia verso chi li erge e creare degli eroi tra coloro che cercano di superarli o abbatterli. Le uniche barriere valide non sono mai quelle messe da un’autorità invocata , ma sempre più svogliata, a protezione di privilegi acquisiti, ma sono quelli che il mercato è in grado di accettare: specializzazione, competenza e differenziazione. Sono questi gli ingredienti che sono in grado di trasformare l’oceano rosso (Stracolmo di squali) in piccole oasi di oceano blu in cui non occorre competere e in cui la competizione non si riduce ad una lotta sull’ultimo fattore da invocare quando non si è più in grado di offrire nulla di nuovo: il prezzo.

Ecco che allora il superamento di un esame di Stato, per quanto complesso e multidisciplinare, può essere a ragione considerato condizione necessaria per l’esercizio di determinate attività professionali ma di certo non sufficiente. Lo sforzo notevole di studio e approfondimento richiesto per la preparazione di un esame di Stato di tale portata se non è poi alimentato da una formazione continua (a prescindere e bene al di là dei crediti obbligatori) rischia di esaurire i suoi effetti nel giro di un paio di legge di stabilità e di qualche revisione del codice civile o dei principi contabili. Quello che i commercialisti possono fare, se vogliono veramente rivendicare il ruolo che gli spetta quali supporto privilegiato per l’imprenditore, è quindi dedicare più tempo possibile ad una formazione che auspicabilmente travalichi l’aggiornamento fiscale, nonostante tale attività già assorba una dose considerevole di tempo. Occorre riorganizzare studi e relazioni tra colleghi e non, già con la convinzione che la contabilità e il fisco non possono e non potranno dare il pane a tutti ancora per lungo tempo.

L’analisi della bancabilità anche attraverso la lettura della centrale rischi, il controllo di gestione anche con le tecniche più innovative (Balanced scorecard, abc, analisi di scenario…), lo studio e il supporto ai processi aziendali critici, l’utilizzo dei sistemi di business intelligence e analisi dei dati, Excel compreso, devono diventare almeno per una parte dello studio, degli associati, dei collaboratori o degli appartenenti a un determinato network, il “pane quotidiano” esattamente come lo sono stati per anni (e continueranno ad esserlo per alcuni che avranno scelto di specializzarsi in tali ambiti) i principi contabili, il testo unico e la legge Iva. c’è bisogno di un cambio di direzione, di esplorare nuovi campi e soluzioni prima che lo facciano altri magari meno vessati da lacci e lacciuoli disseminati da un legislatore disattento e disinteressato. Il commercialista è ancora oggi tra le figure più vicine  e ascoltate dall’imprenditore e occupa ancora una posizione di vantaggio, ma deve agire in fretta, prima che determinate esigenze e richieste delle aziende vengano soddisfatte da altri soggetti perché se ciò avvenisse sarebbe rimasto ben poco ancora da difendere.

29 novembre 2016

Alessandro Mattavelli

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