I versamenti dei soci alle società

Aspetti generali
Le somme versate alle società commerciali (art. 73, c. 1, lett. a, TUIR) e agli enti commerciali residenti (art. 73, c. 1, lett. b, TUIR), dai loro soci o partecipanti, si considerano date a mutuo se dai bilanci o dai rendiconti non risulta che il versamento è stato fatto ad altro titolo. Così dispone l’art. 46, c. 1, del TUIR,.
Tale articolo contiene una presunzione legale relativa, in forza della quale il socio o il partecipante, nel momento in cui eroga delle somme al soggetto collettivo (società od ente), non può farlo «senza causa», ma «deve» farlo a titolo di finanziamento, e in particolare di mutuo.
Coordinando tale disposizione con l’art. 45, secondo comma, del TUIR, se ne ricava che le somme in questione, salva la possibilità di fornire prova contraria, producono interessi nella misura e alle scadenze pattuite per iscritto; in mancanza di espresse pattuizioni, vale invece il riferimento al periodo d’imposta e al saggio legale.
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Presunzioni
La norma comporta due «step» presuntivi, giacché, se il socio o il partecipante erogano delle somme alla società o all’ente:

se non è fornita prova contraria, le somme si presumono concesse a titolo di mutuo;

se è fornita prova contraria, la presunzione viene «disapplicata» (può trattarsi, ad esempio, della rifusione di un prestito originariamente concesso al partecipante dalla società o dall’ente).

Nel caso sub a), gli interessi:

se non è fornita prova contraria, si presumono percepiti alle scadenze e nella misura pattuite per iscritto;

se è fornita prova contraria, vale – evidentemente – il riferimento ai diversi riscontri (documentali) forniti;

in mancanza di accordi scritti, gli interessi si presumono percepiti nell’ammontare maturato nel periodo d’imposta, e la loro misura è considerata pari al saggio legale.

Destinazione dei versamenti
Il vecchio art. 43, c. 2, del D.P.R. n. 597/1973 (anteriore al TUIR del 1986) escludeva la presunzione di fruttuosità se le somme erano concesse alla società «in conto capitale», cioè a titolo di finanziamento, senza peraltro esigere l’ulteriore requisito della destinazione dei versamenti ad aumento del capitale, nel qual caso i versamenti avrebbero cessato di essere finanziamenti per assumere la natura di veri e propri conferimenti (Cass., sez. I civile, 22.9.1988, n. 5195).
Dato che, nella realtà economica, il versamento dei soci può essere motivato da esigenze quali il ripianamento delle perdite, o da altre necessità, spesso transitorie, il legislatore ha quindi previsto, quale «esimente», la semplice prova che l’erogazione è stata effettuata a titolo diverso dal mutuo.
Finanziamenti e versamenti in conto capitale
In relazione ai versamenti effettuati, il rapporto tra socio e società può sdoppiarsi nelle seguenti due tipologie:

finanziamento (con obbligo di restituzione);

versamento in conto capitale (senza obbligo di restituzione).

Nel primo caso, si tratta di rapporti riconducibili alla categoria giuridica del contratto di mutuo, caratterizzato dall’erogazione di una somma di denaro da parte di singoli soci, e produttivo o meno di una remunerazione sotto forma di interessi.
I versamenti in conto capitale sono caratterizzati invece dall’esigenza dei soci di provvedere al fabbisogno di capitale di rischio manifestato dalla società, anche senza procedere a un formale aumento di capitale.
Tali versamenti si qualificano come riserve di capitale iscrivibili al punto VII del Patrimonio netto («altre riserve» – «versamenti in conto capitale», o «versamenti a copertura perdite»).
L’…

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