La percentuale di ricarico irrisoria è indice di antieconomicità della gestione

la contenuta percentuale di ricarico sui prodotti venduti può essere indice di gestione antieconomica da parte dell’imprenditore: percentuali di ricarico troppo basse e fuori mercato generano nell’Agenzia Entrate il sospetto che esistano ricavi in nero

Con la sentenza n. 5847 del 24 marzo 2016 (ud. 18 gennaio 2016) la Corte di Cassazione torna ad affrontare la problematica della cd. antieconomicità, sul versante delle percentuali di ricarico applicate (nel caso di specie, la società prestava servizi di manutenzione e realizzazione di impianti tecnici di elevata tecnologia, si avvaleva di un numero cospicuo di propri dipendenti circa 100), per un consistente monte ore, oltre che di personale dipendente di altri soggetti economici operanti nello stesso settore. L’esiguità del ricarico applicato (0,32 %) emergente dal raffronto tra i valori dei componenti diretti utilizzati per i servizi (quali le materie prime, il personale ed i costi per servizi) deponeva, come evidenziato dall’Ufficio, per una “sistematica effettuazione di prestazione di servizi a condizioni avulse da ogni logica di mercato, ove si consideri che tutte e tre le componenti dirette presuppongono percentualmente una remunerazione adeguata a coprire i costi per le spese di gestione e garantire un guadagno minimo per giustificare il consistente investimento di natura finanziaria“).

La sentenza

Per la Corte, “il comportamento antieconomico tenuto dall’imprenditore commerciale, in assenza di valide giustificazioni da parte dello stesso (su cui si sposta l’onere di dimostrare la regolarità delle operazioni effettuate a fronte della contestata antieconomicità – Cass. n. 14941/2013 e n. 7871/2012), legittima l’accertamento su base presuntiva e il giudice di merito, per poter annullare l’accertamento, deve specificare, con argomenti validi, le ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità del comportamento del contribuente non sia sintomatico di possibili violazioni di disposizioni tributarie (così in motivazione, Cass. n. 14428 del 2005, che richiama Cass. 10802/2002; conf. nn. 7680, 7487 e 6337 del 2002, nonché n. 11645 e 1821 del 2001; cfr. anche Cass. n. 14941 del 2013)”.

Le nostre riflessioni

La sentenza che si annota si pone sulla scia di precedenti pronunciamenti che hanno legato la presunzione di cui all’art. 39, c. 1, lett. d, del D.P.R. n. 600/731, alla cd.antieconomicità, a fronte di condotte aziendali che risultano in netto contrasto con le leggi del mercato, spostando sull’imprenditore l’onere della prova diversa.

Infatti, con la sentenza n. 16642 del 29 luglio 2011 (ud. del 9 marzo 2011) la Corte di Cassazione aveva ritenuto che il comportamento manifestamente contrario agli ordinari canoni dell’economia e dell’attività dell’impresa legittimasse l’Amministrazione finanziaria all’accertamento analitico induttivo. “In tema di accertamento delle imposte sui redditi, anche in presenza di una contabilità formalmente regolare, i ricavi possono essere ritenuti falsi in base alla loro sproporzione per difetto rispetto ai costi, ed in tale contesto è ammissibile un accertamento analitico – induttivo, il quale tenga conto delle poste passive indicate dal contribuente, per ricostruire i ricavi effettivi; trattasi, in tal caso, non già di accertamento induttivo tout court, ma di accertamento analitico – induttivo, che è sempre legittimo quando l’esposizione dei ricavi sia talmente ridotta rispetto ai costi da indurre a ritenere antieconomica la gestione (in termini, ex plurimis, v. Cass. 31.10.2005, n. 21165)”. In tal caso “in presenza di un comportamento assolutamente contrario ai canoni dell’economia, che il contribuente non spieghi in alcun modo, è legittimo l’accertamento su base presuntiva ed il giudice di merito, per poter annullare l’accertamento, deve specificare, con argomenti validi, le ragioni per le quali ritiene che l’antieconomicità del comportamento del contribuente non sia sintomatico di possibili violazioni di disposizioni tributarie” (v. Cass. 8.7.2005, n. 14428; cfr. 16.1.2009, n. 951; 26.11.2007, n. 24532; 5.10.2007, n. 20857; 18.5.2007, n. 11559).

E con la sentenza n. 26167 del 6 dicembre 2011 (ud. 6 luglio 2011) la Corte di Cassazione ha…

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