L'obbligo del contraddittorio è diverso a seconda dei tributi (armonizzati e non armonizzati)

Aspetti generali
Come è noto, a seguito di riforme che hanno interessato l’ambito tributario a partire dagli anni novanta del XX secolo, nonché a seguito dell’introduzione dello Statuto del contribuente, si è via via imposto un non scritto «principio del contraddittorio», imperniato sulla ricerca di una condivisione della pretesa tributaria – formalizzata in sede di accertamento – tra contribuenti e fisco.
Ciò sia perché il risultato delle attività di controllo e accertamento, ampiamente fondate su materiale presuntivo, può essere oggettivamente incerto, sia per evitare per quanto possibile le vertenze giurisdizionali.
L’importanza del contraddittorio è stata più volte affermata dalla Corte di Cassazione, ad esempio nella sentenza n. 12290 del 12.6.2015, la quale ha precisato che se il contribuente non si presenta quando convocato per il contraddittorio preventivo ne accetta implicitamente le conseguenze. In tale ipotesi infatti – attivando un accertamento da studi di settore – l’ufficio finanziario può motivare la rettifica sulla sola base dell’applicazione degli «standard» previsti dallo strumento presuntivo.
La più recente Cass. SS.UU. 9.12.2015 n. 24823, pur affermando che, nelle c.d. «indagini a tavolino», il contraddittorio deve ritenersi obbligatorio solo per i tributi armonizzati come l’IVA, ha anche sancito che, ove previsto anche senza espressa sanzione di nullità, esso rimane comunque dovuto.
Il contraddittorio pre-accertamento
Nell’ambito delle attività di controllo tributario in loco che si concretizzano in verifiche fiscali, secondo un certo orientamento giurisprudenziale (i.e. Cass. 9 giugno 1990, n. 5628), la sottoscrizione del verbale di verifica e, conseguentemente, delle dichiarazioni in esso riportate, conferirebbe valore di confessione stragiudiziale alle medesime, che potrebbero, quindi, far piena prova contro colui che le avesse rese; inoltre, la mancata contestazione dell’operato dell’Ufficio sarebbe da assimilare a una sostanziale accettazione delle conclusioni cui lo stesso fosse pervenuto.
Per quanto concerne il successivo iter procedurale, la mancata sottoscrizione del verbale, di cui i verbalizzanti devono dar atto, non produce alcun effetto.
Dalla consegna del pvc, decorrono, ai sensi dell’art. 12, comma 7, dello Statuto del contribuente, 60 giorni entro i quali l’interessato può produrre memorie e controdeduzioni che dovranno essere attentamente vagliate dall’ufficio, il quale non può emettere l’avviso di accertamento prima che sia decorso il predetto termine temporale.
Si rammenta che, mentre il termine decadenziale per l’esercizio del potere di accertamento non può essere derogato (semmai il legislatore ha previsto alcune ipotesi di ampliamento, come quella collegata alla rilevazione di comportamenti concretanti violazioni penali tributarie, di cui all’art. 37, comma 24, del D.L. n. 223/ 2006, convertito in L. n. 248/2006), al termine iniziale l’ufficio accertatore può derogare, ma solamente in presenza di condizioni di «particolare e motivata urgenza»1.
Si tratta di una facoltà di assoluto rilievo concessa al contribuente, che da’ luogo a un’ipotesi di contraddittorio obbligatorio ante accertamento, nell’ambito del quale è possibile contestare il contenuto e le modalità operative del controllo, anche nella prospettiva di un’eventuale archiviazione del pvc (in presenza di presupposti autonomamente valutabili dall’ufficio).
Intervento della Consulta sull’accertamento anticipato
La questione della possibilità di non osservare, a determinate condizioni, il periodo di 60 giorni prima dell’emanazione/notificazione dell’avviso di accertamento, è stata oggetto dell’ordinanza della Corte Costituzionale n. 244/2009 [giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale – camera di Consiglio dell’8.7.2009, decisione del 16.7.2009, deposito del 24.7.2009].
La vicenda, promossa dalla CTR della Campania, …

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