Leasing traslativo e fallimento dell'utilizzatore: un rapporto complesso

La Cassazione si è recentemente (nuovamente) occupata di leasing traslativo nel fallimento decidendo il caso del concedente che, successivamente al fallimento dell’utilizzatore, proponeva domanda al passivo per i canoni residui successivi alla data del fallimento oltre al prezzo di opzione.
Con sentenza n. 17577 del 3/9/2015 (conforme a Cass. 1/3/2010 n 4862) la Suprema Corte ha respinto la domanda stabilendo che il concedente, in applicazione dell’art 72 quater l.f., immediatamente, ha diritto solo alla restituzione del bene mentre coltiva un’aspettativa di credito eventuale da far valere dopo l’allocazione del bene sul mercato (cessione o nuovo leasing), pari alla differenza tra il credito vantato alla data del fallimento e la minor somma ricavata dalla allocazione del bene1.
Detto credito non è ammissibile al passivo se non dopo che il bene è stato riallocato (si veda tuttavia Cass.n. 15701/2011 di cui si darà conto nel prosieguo) e solo a condizione che la vendita o riallocazione del bene non abbia permesso al concedente di rientrare della propria esposizione “in linea capitale”.
La sentenza offre l’occasione per gettare uno sguardo alla casistica che il curatore affronta nella verifica dei crediti derivanti da contratti di leasing; nella legge fallimentare il rapporto di leasing è disciplinato dall’art 72-quater che riconosce all’impresa concedente il diritto di insinuarsi in misura pari alla differenza tra il valore di vendita del bene e il proprio maggior credito in linea capitale (fatto salvo quanto maturato alla data di fallimento).
Ove il valore di vendita del bene provocasse una plusvalenza rispetto al credito in linea capitale della societá di leasing, detta differenza andrebbe stornata a favore del curatore.
L’art 72-quater l.f., di cui la sentenza si occupa, trova unicamente applicazione ai rapporti pendenti alla data di dichiarazione di fallimento (cfr Cass. 29/04/2015 n 8687; contra Trib Padova 14/4/2014 che ritiene la norma estendibile anche al caso di risoluzione ante fallimento del rapporto di leasing); requisito indefettibile é dunque che il contratto fosse in esecuzione al momento della dichiarazione di fallimento e che il curatore abbia optato per il suo scioglimento.
Poichè la misura del credito in linea capitale costituisce il punto di riferimento (oltre al meno equivocabile valore di vendita del bene) per valutare l’esistenza di un possibile credito in capo al fallimento o alla società di leasing, sembra necessario come prima passo, definirne il perimetro.
La sentenza di Cassazione non dice quale sia il “credito residuo in linea capitale” indicato dalla norma ma offre uno spunto affermando che il concedente “non può richiedere subito il pagamento dei canoni residui che l’utilizzatore avrebbe dovuto corrispondere nell’ipotesi di normale svolgimento del rapporto di locazione finanziaria, in quanto con la cessazione dell’utilizzazione del bene viene meno l’esigibilità di tale credito”.
In altre parole la Cassazione afferma che il credito attinente i canoni residui (post fallimento) non è esigibile in quanto costituisce il corrispettivo del godimento di un bene cessato con lo scioglimento del contratto (e conseguente restituzione del bene alla concedente).
Il credito di canoni scaduti e non pagati (ante fallimento) composto ovviamente dalla quota di capitale ed interessi è di natura concorsuale attesa la sua integrale formazione anteriore al fallimento e secondo un recente orientamento deve ritenersi insinuabile anche ante vendita del bene2.
Per differenza, l’espressione “credito residuo in linea capitale” deve ritenersi circoscritta al capitale investito per l’acquisto dei beni pari alle rate a scadere al netto della quota di interessi (cfr. in tal senso anche Trib. Milano 24/04/2012).
Ciò è conforme alla ratio dell’art 72-quater l.f. che è di permettere all’impresa di leasing di compensare con il ricavato dalla vendita del bene…

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