La sopravvenienza passiva non è uno strumento per aggirare il principio di competenza economica

Un componente negativo non può essere dedotto in esercizio diverso da quello di competenza come sopravvenienza passiva solo perché nell’esercizio di competenza non poteva essere documentato.
E’ dunque corretta la contestazione del difetto di competenza per i costi per sopravvenienze passive gestionali, non utilizzabili per rimediare a “mancanze contabili” dell’impresa negli esercizi precedenti.
Così ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15397 del 22 luglio 2015, concordando con i giudici di merito, secondo cui, anche se le fatture non erano state ricevute dalla società al termine degli esercizi di competenza, i costi dovevano essere ugualmente imputati ai rispettivi esercizi di competenza, utilizzando i conti “fatture da ricevere” e la società aveva dunque erroneamente utilizzato il conto sopravvenienze passive, relativo a tutt’altra fattispecie.
La sopravvenienza passiva è infatti un componente negativo del reddito, legato al verificarsi di particolari fatti aziendali che lo rendono imprevedibile nel precedente esercizio di competenza.
La pronuncia è l’occasione per fare un riepilogo sul funzionamento della disciplina in tema di competenza.
Disciplina che genera ancora tanto contenzioso.
Il principio di competenza consiste infatti nel prendere in considerazione, ai fini impositivi, non il periodo in cui il costo è stato assolto, ma quello nel quale è sorto l’obbligo al sostenimento dell’onere.
Tale criterio, però, non ha valenza assoluta e la sua prima deroga si trova già nel comma 1 dell’articolo 109 del Tuir, il quale dispone che, se nell’esercizio di competenza i componenti positivi e negativi di reddito sono incerti nell’esistenza e non obiettivamente determinabili nell’ammontare, questi debbono essere comunque computati nell’esercizio in cui tali condizioni si verificheranno, cioè quando saranno certi nell’an e nel quantum, laddove dunque la certezza riguarda l’incontrovertibilità dell’esistenza del costo e l’oggettiva determinabilità riguarda invece l’incontrovertibilità della sua quantificazione.
In tali casi (e solo in tali casi) dunque l’ordinario criterio di competenza subisce una deroga.
Anche il principio di competenza economica (correlazione costi ricavi), infine, soccombe davanti al criterio di competenza temporale, legato appunto alla certezza e alla determinabilità del costo.
La questione è sempre il rapporto tra principio di competenza e di cassa.
Condividere infatti una linea di difesa secondo cui, se la società non dispone ancora delle fatture, è corretto rinviare la deduzione del costo, che, pur risultando certo nell’esistenza, a quel momento, proprio per la mancanza della fattura, non risulta determinabile in modo obiettivo, lega in realtà la deducibilità del costo a un concetto e a un criterio più vicino alla cassa che alla competenza.
Ma il principio di competenza, proprio per non essere svincolato dalla specifica realtà aziendale, non può prescindere dal principio di correlazione tra ricavi e costi.
Il collegamento tra competenza e correlazione trova del resto giustificazione non soltanto in termini tecnico ragionieristici, ma anche in virtù di quanto previsto dal principio di capacità contributiva di cui all’articolo 53 della Costituzione (che risulterebbe violato se fosse ammessa l’imputazione dei ricavi secondo il principio di competenza e quella dei costi secondo il principio di cassa).
Se è vero quindi che il costo si considera certo quando la sua esistenza si sia effettivamente verificata nell’esercizio di competenza, è anche vero che lo stesso costo si considera poi oggettivamente determinabile, non solo quando si conosca esattamente il suo importo, ma anche quando si conoscano semplicemente le sue modalità di determinazione, in quanto per esempio desumibili da documenti formali (vedi contratti ecc.).
Vero è dunque che la componente reddituale deve essere certa nell’an e quindi non solo possibile…

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