La valenza probatoria della documentazione extracontabile rinvenuta nei controlli

 
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21997 del 28.10.2015, è tornata sulla questione della valenza probatoria della documentazione extracontabile.
Nel caso di specie il giudice di merito riteneva non provato che la documentazione extracontabile rinvenuta fosse riconducibile alla contribuente, affermava che l’accertamento fiscale si fondava su presunzioni fragili e non condivisibili e osservava che l’appellante insisteva sulle stesse argomentazioni rigettate dalla commissione provinciale.
La ricorrente Agenzia denunciava allora davanti alla Suprema Corte, con sei motivi, sia la nullità della sentenza per omissioni di pronuncia e/o di motivazione, sia ripetuti vizi della complessiva giustificazione della decisione di merito sul fatto, sia la violazione di norme (artt. 39 e 32 d.p.r. 600/73, 51 e 54 d.p.r. 633/72, 2697 e 2729 cod. civ.) di diritto sostanziali.
I giudici di legittimità ritenevano dunque fondati i tre motivi di ricorso per vizi di motivazione, censurando la sentenza d’appello per avere trascurato sia le risultanze degli accertamenti bancari, sia le movimentazioni dei conti della società e dei soci nel dettaglio e sia la presenza di sicuri indicatori della riferibilità alla società contribuente della documentazione extra contabile rinvenuta.
La sentenza del giudice di secondo grado, per quanto scarna e lacunosa, secondo la Suprema Corte, era comunque censurabile non tanto per omissioni invalidanti ai sensi dell’art. 360 c.p.c. n. 4, quanto per profili motivazionali di non compiutezza della giustificazione della decisione di merito su fatti decisivi e rilevanti, ai sensi del n.5 della stessa norma di rito.
Sotto l’aspetto motivazionale, infatti, la sentenza d’appello può dirsi adeguata sui piani logico e dimostrativo solo se il giudice esprima, sia pure in modo sintetico, chiare ragioni per la conferma, o la riforma della prima pronuncia in relazione ai rilievi proposti, in modo tale che il percorso argomentativo sia appagante e corretto.
Deve viceversa essere cessata, in forza dell’art. 360 n. 5 c.p.c., la sentenza d’appello, allorquando, come nella specie, la laconicità della motivazione adottata non consenta di ritenere che alla (sostanziale) condivisione del giudizio di primo grado il giudice di merito pervenga attraverso l’esame critico e la valutazione approfondita dell’infondatezza delle tesi dell’appellante.
 
Nel caso in esame non era invece chiaro il procedimento logico che aveva portato il giudice d’appello a ritenere non sufficientemente provato che fosse riferibile alla societàla documentazione extra contabile trovata dalla Guardia di finanza nell’ispezione di un garage nella disponibilità di altra società dello stesso gruppo aziendale.
Nè constava, del resto, che il giudice d’appello avesse correlato, sul piano della prova e dei relativi oneri processuali, i contenuti della documentazione extracontabile, la loro conformità ai contenuti della memoria del computer pure rinvenuto e le obiettive circostanze del loro rinvenimento.
Il tutto peraltro anche corroborato dai rilievi circa la movimentazione di assegni bancari, appurata con specifiche indagini e del tutto trascurata dal giudice d’appello.
La Guardia di finanza, durante una verifica, aveva infatti in particolare individuato, in un locale non dichiarato, numerosa documentazione contabile ed extracontabile riguardante pure altre società, tra le quali anche quella in giudizio, tutte riconducibili allo stesso gruppo aziendale e riconducibile ad uno stesso nucleo familiare.
Inoltre, era stata rinvenuta in detto garage, oltre alla documentazione contabile riferita alla attività delle società, anche un personal computer contenente riferimenti ad attività societarie.
Ed ancora, dalle indagini bancarie compiute nei confronti della società in esame, dei suoi soci e dei loro familiari, erano emersi…

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