Cessione d'azienda con contestuale costituzione di rendita vitalizia e calcolo dell'avviamento

 

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22498 del 4.11.2015, ha stabilito importanti principi in tema di criteri per la determinazione del valore di avviamento in caso di cessione di azienda.

Nel caso di specie la contribuente, con atto pubblico di cessione e contestuale costituzione di rendita vitalizia, aveva ceduto al nipote, che già da tempo collaborava nell’impresa, l’azienda farmacia, dichiarando come valore di cessione il prezzo di lire 916.000.000 (pari ad € 473.074,52) di cui lire 896.000.000 (€ 462.745,38) per avviamento commerciale ed il resto per merci.

L’Agenzia delle Entrate notificò quindi alle parti contraenti avviso di rettifica e liquidazione, elevando il valore dell’avviamento da lire 916.000.000 a lire 1.415.000.000, pari ad € 730.786,51, fermo restando quello attribuito alle merci, e liquidando quindi l’imposta complementare di registro, con applicazione di interessi e sanzioni.

Entrambe le parti impugnarono l’avviso di rettifica e liquidazione a loro notificato dinanzi alla CTP di Roma, in forza degli stessi motivi, con i quali eccepivano:

a) l’errato calcolo dell’avviamento, non avendo l’Ufficio considerato che il corrispettivo della cessione era costituito dall’attribuzione di rendita vitalizia, di modo che il valore dell’avviamento avrebbe dovuto essere calcolato secondo la tabella, relativa al diritto di usufrutto a vita, allegata al D.P.R. n. 131/1986;

b) la nullità dell’atto per carenza di motivazione, non essendo stati esplicitati gli elementi di calcolo utilizzati per la determinazione dell’avviamento.

Le controversie furono separatamente trattate e la CTP di Roma rigettò con due distinte pronunce ciascun ricorso. Le pronunce furono quindi impugnate dai contribuenti dinanzi alla CTR del Lazio.

Riuniti gli appelli, la CTR del Lazio li rigettò, confermando le decisioni impugnate in forza del decisivo rilievo che la costituzione della rendita vitalizia a favore della cedente costituisse soltanto una modalità di pagamento del corrispettivo della cessione, non influendo, quindi, sulla determinazione del valore dell’azienda e ribadendo la legittimità dell’atto, ritenuto rispettoso del requisito motivazionale.

Avverso detta sentenza i contribuenti ricorrevano infine per cassazione.

I giudici di legittimità ritenevano il primo motivo di impugnazione infondato.

I ricorrenti assumevano infatti che la base imponibile ai fini del calcolo dell’imposta di registro avrebbe dovuta essere determinata a norma dell’art. 46 del D.P.R. n. 131/1986, essendo stata prevista in atti la costituzione di rendita vitalizia in favore della cedente.

Tale assunto, secondo la Corte, era però privo di fondamento, non essendo dubitabile che la causa propria dell’atto in questione era quella del trasferimento dei beni costituenti il complesso aziendale farmacia, ivi compreso l’avviamento, sicché era corretta in diritto l’affermazione della sentenza impugnata, laddove aveva statuito che “la costituzione della rendita a favore del cedente costituisce solamente una modalità di pagamento del corrispettivo della cessione e non influisce sulla determinazione del valore dell’azienda”.

Del resto, la stessa Corte, con riferimento ad analoga questione (imposizione concernente atto di cessione d’azienda a fronte della costituzione, in favore del cedente, di una rendita vitalizia di valore anche inferiore a quello dei bene ceduti), aveva già avuto modo di affermare il principio secondo cui in tal caso il valore dichiarato nell’atto è legittimamente controllato dall’Ufficio con riferimento al valore complessivo dei beni che compongono l’azienda, al netto delle passività risultanti dalle scritture contabili obbligatorie, ai sensi dell’art. 51, 4° comma, del D.P.R. n. 131/1986, che non pone deroghe al criterio, dettato in generale al secondo comma del medesimo articolo, dell’accertamento del valore secondo il parametro del “valore venale in comune commercio”, di cui al 2° comma del citato art. 51 del…

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