Rassegna giurisprudenziale del mese di maggio 2016: la cessione di azienda - parte II

Premessa

Proseguiamo il viaggio in mezzo alle sentenze di legittimità che affrontano il tema della cessione di azienda.

Particolarmente interessanti le sentenze/ordinanze nn. 23874 del 2010 e la 10801 del 2007, che affrontano il problema della doppia tassazione nel caso in cui come corrispettivo della cessione (plusvalente) sia prevista la costituzione di una rendita vitalizia.

 

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Il trasferimento di azienda

Sulla nozione di trasferimento di azienda e sull’interpretazione della relativa normativa, la giurisprudenza consolidata di questa Corte – che ha recepito in subiecta materia i criteri indicati dalla giurisprudenza comunitaria (cfr. Corte di Giustizia 18 marzo 1986 in causa n. C.-24/85, Corte di Giustizia 10 dicembre 1998 in causa n. C – 127/96) e della Direttiva europea n. 50/1998 – ha chiarito che il trasferimento di azienda si verifica ogni volta che venga ceduto un insieme di elementi costituenti un complesso organico e funzionalmente adeguati a conseguire lo scopo in vista del quale il loro coordinamento è stato posto in essere; è necessario e sufficiente, cioè, che sia stata ceduta un’entità economica ancora esistente, la cui gestione sia stata effettivamente proseguita o ripresa dal nuovo titolare con le stesse o analoghe attività economiche, sicchè può configurarsi come trasferimento di azienda anche la cessione di singole unità produttive della medesima azienda purchè abbiano una propria autonomia organizzativa e funzionale, anche se una volta inserite nell’impresa cessionaria restino integrate e riorganizzate nella più ampia struttura di quest’ultima, dovendo il Giudice di merito accertare quale sia stato, secondo la volontà dei contraenti, l’oggetto specifico del contratto, e cioè se i beni ceduti siano stati considerati nella loro autonoma individualità o non piuttosto nella loro funzione unitaria e strumentale (così, da ultimo, ex plurimis Cass. n. 8017/2006).

(Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 20221/2007)

 

 

La plusvalenza da cessione di azienda, la rendita vitalizia e il momento di imputazione

Il D.P.R. n. 917 del 1986, art. 75 stabilisce infatti al comma 2-a) che, ai fini della determinazione dell’esercizio di competenza, ” corrispettivi delle cessioni si considerano conseguiti … per i beni immobili e per le aziende, alla data in cui si verifica l’effetto traslativo o costitutivo della proprietà o di altro diritto reale”. Presupposto quindi per il realizzo di una plusvalenza, che pacificamente ricomprende anche il valore di avviamento (cfr. Cass: 905/2002) – in caso di cessione di azienda – è il trasferimento della azienda stessa dietro corrispettivo, che deve essere “conseguito” o imputato, potendo la percezione dello stesso essere invece assoggettata a modalità diverse scandite nel tempo (es. un pagamento differito o un reinvestimento contestuale: cfr. Cass. 1214/2001), come è nella specie avvenuto attraverso la clausola di costituzione di una rendita vitalizia a favore del cedente. Non è dunque al momento – di per sè variabile – di percepimento del corrispettivo che deve farsi riferimento per l’imputazione della plusvalenza secondo il principio di competenza, ma al momento di stipulazione del contratto, occorrendo considerare sia la natura intrinseca e la configurazione giuridica dell’atto che opera il trasferimento del bene, prescindendo dalla natura delle clausole inserite nell’atto stesso quando siano estranee (come nella specie) agli elementi essenziali del tipo di contratto concluso, sia all’onerosità del negozio posto in essere, circostanza che ne determina la tassabilità (Cass. 2807/2002). Nè può ritenersi che la rendita vitalizia, in quanto corrispettivo di un negozio aleatorio, non sia determinabile, poichè le tabelle di capitalizzazione della stessa sono inserite nella normativa fiscale, e sono comunque oggetto di calcolo nei contratti che configurano il conseguimento di una rendita dietro…

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