La penalizzazione fiscale alle società di comodo

le società definite “di comodo” e quelle in perdita sistemica subiscono importanti penalizzazioni fiscali: tale scelta normativa (al netto di possibili effetti distorsivi fiscali) intende contrastare l’utilizzo di società costituite non per esercitare attività commerciali, ma per gestire patrimoni ed ottenere dei vantaggi ai fini fiscali

 

La normativa intesa a contrastare l’utilizzo di società, cosiddette di comodo, costituite non per esercitare attività commerciali, ma per gestire patrimoni ed ottenere dei vantaggi ai fini fiscali si applica, qualora non ricorrano cause di esclusione o di disapplicazione, alle società che non superano il cosiddetto “test di operatività”.

Tutte le imprese interessate dalla disciplina in esame (secondo le indicazioni di UnionCamere, in Il Sole-24 Ore del 23 marzo 2015, con riferimento ai dati di bilancio e non a quelli fiscali, dovrebbero essere 8.759 le aziende chiamate a dimostrare di non essere vuote scatole societarie. I settori maggiormente interessati dal fenomeno, sarebbero quelli immobiliare – a rischio il 5,6% delle aziende – e delle costruzioni – a rischio il 4,5% -, per un complessivo valore che supera il 50% del totale individuato) devono compilare l’apposito prospetto contenuto nella dichiarazione dei redditi, nel quale è richiesta l’indicazione dei dati necessari per effettuare la verifica dell’operatività, e presentare l’istanza di interpello qualora intendano disapplicarla.

 

L’art. 2, commi da 36-quinquies a 36-duodecies, del D.L. n. 138/2011 ha, in particolare, stabilito, con riguardo alla disciplina delle società di comodo:

la maggiorazione di 10,5 punti percentuali dell’aliquota dell’Ires dovuta dalle dette società;

l’applicazione di tale disciplina anche alle società che presentano dichiarazioni in perdita fiscale per cinque periodi d’imposta consecutivi, ovvero per quattro periodi di imposta e in uno hanno dichiarato un reddito inferiore al reddito minimo. Tale modifica è stata introdotta, rispetto ai precedenti tre periodi di imposta, dal Dlgs 175/2014, di cui peraltro, essendo norma procedimentale e non sostanziale, dovrebbe essere riconosciuta la valenza retroattiva anche per il passato e non solo per il 2014 (con la circolare n. 6/E del 2015, l’Agenzia delle Entrate ha invece sostenuto che l’ampliamento del periodo di osservazione non può esplicare alcun effetto positivo sulla posizione del contribuente per le annualità precedenti al 2014, nelle quali trova applicazione la precedente normativa sulle società in perdita sistemica).

Gli effetti dell’applicazione della normativa sulle società di comodo alle imprese in perdita sistematica sono poi gli stessi previsti per le società non operative.

Innanzitutto, ai fini dell’Irpef e dell’Ires, è dunque stabilito l’obbligo di dichiarare un reddito non inferiore a quello minimo presunto (e, per i soggetti Ires, di applicare l’aliquota del 38%).

Ai fini dell’Irap è previsto l’obbligo di dichiarare un imponibile non inferiore al reddito minimo presunto, come determinato sulla base delle previste percentuali, aumentato delle retribuzioni sostenute per il personale dipendente, dei compensi spettanti ai collaboratori coordinati e continuativi, di quelli per prestazioni di lavoro autonomo non esercitate abitualmente e degli interessi passivi.

Ai fini dell’Iva non è possibile chiedere a rimborso e/o utilizzare in compensazione in F24 il credito risultante dalla dichiarazione Iva dell’anno in cui il soggetto è risultato di comodo. Il contribuente potrà soltanto riportarlo in avanti per la compensazione “verticale” Iva da Iva.

 

Nella risoluzione del 10 agosto 2007, n. 225, è stato precisato che il divieto di utilizzo in compensazione riguarda l’intera eccedenza detraibile risultante dalla dichiarazione, anche se una parte della stessa si è formata anteriormente al primo periodo d’imposta per il quale si applica la disciplina delle società di comodo. Alla stessa conclusione è pervenuta la Corte di Cassazione nella sentenza del 17 giugno 2005, n. 13079.

Nella circolare 1 del 2013 l’Agenzia ha ricordato che nella circolare del 4 maggio 2007, n. 25, e nella citata risoluzione n. 225 del 2007 è stato chiarito che le limitazioni all’utilizzo dell’eccedenza annuale Iva si riferiscono al credito risultante dalla dichiarazione annuale del periodo…

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