La transazione fiscale questa sconosciuta: una particolare procedura transattiva tra Fisco e contribuente, collocata nell’ambito del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione

di Giovambattista Palumbo

Pubblicato il 25 maggio 2015

in caso di procedura concorsuale minore risulta spesso problematico gestire il debito fiscale; proponiamo un approfondimento di 11 pagine che analizza la procedura di transazione fiscale: le modalità di accesso, i tributi transigibili, i tributi esclusi con particolare attenzione al problema dell'IVA

Con la Circolare n. 19 del 6 maggio 2015, l’Agenzia delle Entrate fornisce istruzioni a riepilogo delle modifiche normative e degli ultimi indirizzi della giurisprudenza costituzionale e di Cassazione.

In particolare, la Circolare illustra:

- le modifiche normative intervenute nell’ambito della transazione fiscale;

- la giurisprudenza in tema di transazione fiscale, con riguardo alla natura dell’istituto della transazione, alla non impugnabilità dell’assenso o del diniego alla proposta di transazione, al principio di indisponibilità della pretesa tributaria, alla facoltatività della transazione ed al trattamento del credito Iva;

- le fattispecie penali;

- le questioni relative alla procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, dato che tra i debiti risanabili attraverso la composizione della crisi da sovraindebitamento rientrano anche i debiti di natura tributaria, chiarendo in particolare i presupposti di accesso alla procedura in questione, gli adempimenti dell’Agente della riscossione e dell’Agenzia delle Entrate, l’omologazione dell’accordo e del piano del consumatore, la reclamabilità del decreto di omologazione, l’esecuzione dell’accordo e del piano del consumatore, l’annullamento, la risoluzione dell’accordo e la revoca e cessazione degli effetti dell’omologazione del piano.

- il procedimento della liquidazione del patrimonio, al quale il soggetto in stato di sovraindebitamento può ricorrere in alternativa all’accordo ed al piano del consumatore. 

- gli organismi di composizione della crisi.

In particolare il documento di prassi chiarisce poi che il concordato preventivo con falcidia o dilazione dei debiti tributari è ammissibile anche se non è stata presentata la domanda di transazione fiscale e sottolinea l’intangibilità del credito Iva e del credito per le ritenute operate e non versate.

La Circolare contiene poi, come detto, un ampio approfondimento anche sulla disciplina della composizione della crisi da sovraindebitamento, riferita ai soggetti esclusi dall’applicazione degli istituti disciplinati dalla legge fallimentare.

Tra le altre cose la Circolare chiarisce quindi che la presentazione della domanda di transazione fiscale non costituisce un obbligo per il debitore che, nell’ambito del concordato preventivo, chiede la falcidia o la dilazione dei debiti tributari. Il concordato preventivo con falcidia o dilazione è quindi ammissibile anche in assenza di domanda di transazione fiscale. In questo caso, tuttavia, l’omologazione del concordato non comporta l’effetto di consolidamento del debito tributario proprio della transazione. La circolare sottolinea inoltre che il debito tributario relativo all’Iva può essere solo oggetto di dilazione e non di falcidia: una precisazione che vale anche per le ritenute operate e non versate.

Ampio spazio è dedicato poi, come detto, alle procedure previste dalla Legge 3/2012, volte a gestire le situazioni di crisi che riguardano soggetti esclusi dall’applicazione degli istituti disciplinati dalla legge fallimentare: accordo di composizione della crisi, piano del consumatore liquidazione dei beni, laddove viene in particolare affermato che tra i debiti risanabili rientrano anche quelli di natura fiscale, fermo restando che, come detto, per l’Iva e per le ritenute è possibile la sola dilazione del pagamento.

Viene infine precisata la non impugnabilità dell’assenso e del diniego alla proposta di transazione.

La Circolare, al di là delle dettagliate indicazioni in essa comprese, è senz’altro l’occasione per una rivalutazione dell’istituto, ad oggi forse non sufficientemente conosciuto ed ancor meno utilizzato.

Va, innanzitutto, rammentato che il legislatore ha introdotto la possibilità di proporre la transazione fiscale sia nell’ambito della presentazione di una proposta di concordato preventivo ex art. 160 della legge fallimentare, sia nel corso delle trattative che precedono la stipula di un accordo di ristrutturazione dei debiti ex art. 182-bis della medesima normativa.

 

Il superamento del principio di rigida indisponibilità dell’obbligazione tributaria, introdotto con la transazione fiscale di cui all’art. 182 ter L.F., consentendo all’impresa che versa in uno stato di crisi temporanea di concordare con l’Amministrazione finanziaria, alle condizioni e nel rispetto dei limiti imposti dalla legge, una rideterminazione dei tempi di adempimento dei propri debiti fiscali (transazione fiscale dilatoria) e/o, nei casi di crisi finanziaria più grave, anche una riduzione quantitativa dei crediti erariali, sia privilegiati che chirografari, (transazione fiscale remissoria), si pone in linea con la ratio della riforma della legge fallimentare del 2006, che tende a favorire meccanismi di conservazione di quelle imprese che, seppur in crisi, siano in una situazione di possibile e prevedibile rilancio dell’attività produttiva con salvaguardia dei livelli occupazionali sul territorio.

Se, pertanto, lo Stato può eccezionalmente rinunciare a pretendere l’esatto adempimento del proprio credito erariale, il primo motivo che giustifica tale parziale remissione è rappresentato dall’interesse che lo stesso Stato, come ente esponenziale degli interessi collettivi, ha per il mantenimento di una realtà produttiva che va rilanciata sul mercato e che può verosimilmente produrre i suoi frutti in termini di:

mantenimento dei livelli occupazionali;

contributo alla determinazione del PIL nazionale;

produzione di novella ricchezza e di nuove entrate tributarie;

pagamento di tributi non versati in precedenti periodi di imposta, per importi superiori a quanto si ricaverebbe da una probabile liquidazione fallimentare.

Se questi sono i motivi che giustificano anche una parziale remissione del debito tributario, appare chiaro che la prima indagine da compiere, per verificare l’ammissibilità di una procedura di transazione fiscale, deve essere diretta ad accertare l’esistenza per l’impresa di uno stato di crisi effettiva, anche se transitorio, con possibilità di una ripresa dell’attività economica che determini il completo risanamento aziendale, valutando contestualmente tutti i descritti profili funzionali della transazione fiscale: “Ne consegue che, in linea di principio, quanto meno nell’ambito degli accordi di ristrutturazione, non dovrebbero ritenersi ammissibili proposte di transazione fiscale con intento meramente liquidatorio che prevedano la cessazione dell’attività d’impresa mediante l’integrale cessione dei beni” (Nota DCA n. 65895 del 18.05.2012).

 

La transazione fiscale rappresenta quindi una particolare procedura «transattiva» tra Fisco e contribuente, collocata nell’ambito del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione, avente a oggetto la possibilità di pagamento in misura ridotta e/o dilazionata del credito tributario privilegiato, oltre che di quello chirografario.

L’istituto della transazione, tipico del diritto civile (art. 1965 c.c.), rappresenta del resto un’assoluta novità nell’ordinamento tributario, dove è tradizionalmente vigente il principio di indisponibilità del credito tributario.

La ratio che giustifica il ricorso allo strumento transattivo, a differenza degli altri istituti deflativi, si lega essenzialmente in questi ca