Palestre: per i benefici fiscali occorre sempre tenere conto della natura delle attività svolte in concreto, anche se le prestazioni sono rese ai soci

di Antonino & Attilio Romano

Pubblicato il 27 aprile 2015

le associazioni sportive dilettantistiche, benché riconosciute dal C.O.N.I., non godono di uno status di extrafiscalità che li esenta per definizione da ogni prelievo fiscale, occorrendo sempre tenere conto della natura delle attività svolte in concreto: analisi del caso delle palestre strutturate come A.s.D.

 

Le associazioni sportive dilettantistiche, benché riconosciute dal C.O.N.I., non godono di uno status di extrafiscalità che li esenta per definizione da ogni prelievo fiscale, occorrendo sempre tenere conto della natura delle attività svolte in concreto. I Giudici della II Sezione di C.T.P. Firenze, ribadiscono, nella sentenza 8/01/2015, n. 149 (depositata il 5/02/2015) il principio, più volte espresso dalla Suprema Corte di Cassazione, secondo cui la lacunosa compilazione dei rendiconti, unita all’ assenza di democraticità nella vista sociale e la mancanza del rapporto associativo consente agli uffici fiscali il legittimo disconoscimento dello status di A.S.D. senza scopo di lucro e quindi delle relative agevolazioni fiscali.

 

Riferimenti normativi

Nell’ambito degli enti non commerciali una particolare disciplina è riservata ai cosiddetti "enti di tipo associativo”.

Secondo quanto previsto dall’art. 148, c. 3, del D.P.R. 22/12/1986, n. 917, “per le associazioni politiche, sindacali e di categoria, religiose, assistenziali, culturali, sportive dilettantistiche, di promozione sociale e di formazione extrascolastica della persona non si considerano commerciali le attività svolte in diretta attuazione degli scopi istituzionali, effettuate verso pagamento di corrispettivi specifici nei confronti di iscritti, associati o partecipanti ... nonché le cessioni a terzi di proprie pubblicazioni cedute prevalentemente agli associati”.

L’agevolazione si estende inoltre agli iscritti o associati di altre associazioni che svolgono la medesima attività e che per legge, regolamento o statuto fanno parte di un’unica organizzazione locale o nazionale.

Il successivo comma ottavo del medesimo art. 148 del D.P.R. n. 917/86, individua le clausole che le associazioni devono necessariamente inserire nei propri atti costitutivi o statuti redatti nella forma dell'atto pubblico o della scrittura privata autenticata registrata al fine di accedere ai benefici fiscali.

La ratio di queste disposizioni è quella di garantire l’assenza dello scopo di lucro dell’associazione, di tutelarne la democraticità, di assicurare una maggiore trasparenza gestionale e, dunque, di evitare fenomeni di elusione fiscale. In sostanza, occorre che le associazioni interessate si conformino alle clausole riferite:

a) al divieto di distribuire anche in modo indiretto, utili o avanzi di gestione nonché fondi, riserve o capitale durante la vita dell'associazione, salvo che la destinazione o la distribuzione non siano imposte dalla legge;

b) all’obbligo di devolvere il patrimonio dell'ente, in caso di suo scioglimento per qualunque causa, ad altra associazione con finalità analoghe o ai fini di pubblica utilità1;

c) alla disciplina uniforme del rapporto associativo e delle modalità associative volte a garantire l'effettività del rapporto medesimo, escludendo espressamente la temporaneità della partecipazione alla vita associativa e prevedendo per gli associati o partecipanti maggiori d'età il diritto di voto per l'approvazione e le modificazioni dello statuto e dei regolamenti e per la nomina degli organi direttivi dell'associazione;

d) all’obbligo di redigere e di approvare annualmente, da parte dell’assemblea dei soci regolarmente convocata, un rendiconto economico e finanziario secondo le disposizioni statutarie, avendo cura di conservare la documentazione, anche non fiscale, secondo le modalità previste dal D.P.R. 29/09/1973, n. 600 (in tal senso C.M. 19/05/1998, n. 124/E)

e) all’eleggibilità libera degli organi amministrativi, principio del voto singolo di cui all'articolo 2532, comma 2, del codice civile, sovranità dell'assemblea dei soci, associati o partecipanti e i criteri di loro ammissione ed esclusione, criteri e idonee forme di pubblicità delle convocazioni assembleari, delle relative deliberazioni, dei bilanci o rendiconti2;

f) all’intrasmissibilità della quota o contributo associativo ad eccezione dei trasferimenti a causa di morte e non rivalutabilità della stessa.

 

I più (comuni) rilievi del Fisco: mancata democraticità nella vista sociale ed assenza di rendicontazione delle spese

 L’attività di verifica compiuta dai funzionari degli Uffici provinciali si concentra, normalmente, sull'accertamento della sussistenza, in capo alle stesse associazioni, dei requisiti generalmente previsti per gli enti non commerciali.

Può capitare, infatti, che gli operatori che gestiscono impianti sportivi assumono soltanto fittiziamente la veste giuridica associativa, con l'unico scopo di fruire del particolare regime di tassazione riservato agli enti non commerciali, vale a dire detassazione IRES ed IRAP, ed esclusione da IVA.

In termini generali, l’Amministrazione finanziaria verifica l'assenza dello scopo di lucro e, soprattutto, presume eventuale distribuzione in nero agli associati (normalmente componenti il consiglio direttivo) degli utili percepiti nello svolgimento dell'attività.

Dall’esame concreto dell’attività svolta sembrerebbero due gli elementi maggiormente monitorati dai verificatori, vale a dire:

  1. la partecipazione attiva dei soci alla vita dell’associazione;

  2. la rendicontazione delle spese sostenute per la promozione dell’attività sportiva a fronte delle quote associative versate dagli associati.

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