Il nuovo amministratore della società risponde dell’evasione di imposte avvenuta nella precedente gestione

In materia di responsabilità amministrativa degli enti commerciali non è condivisibile l’orientamento secondo il quale l’estraneità di un ente al fatto-reato si misura in base alla diversità degli organi amministrativi che successivamente la rappresentano.

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 50320, del 2 dicembre 2014, ha affermato che il sequestro ex Legge 231 alla società è corretto anche se sono cambiati i vertici, durante l’inchiesta sul reato fiscale commesso dagli amministratori; il consiglio di amministrazione può evitare le conseguenze patrimoniali solo quando riesce a dimostrare che il “manager” ha agito di propria iniziativa.

La vicenda riguarda una società in liquidazione a cui era stato confiscata la propria imbarcazione; il sequestro era stato disposto in relazione alla contestata sottrazione del pagamento dell’IVA a seguito dell’immissione al consumo in Italia delle predetta imbarcazione.

Il Tribunale ha rigettato il ricorso della società avverso il provvedimento con il quale il Giudice delle indagini preliminari aveva attuato il provvedimento di sequestro preventivo finalizzato alla confisca dell’imbarcazione di diporto della società; i giudici del merito in riferimento alla confiscabilità dell’imbarcazione hanno escluso la tesi sostenuta della buona fede della società ricorrente, attraverso il suo legale rappresentante dell’epoca (diverso dall’attuale), nella complessa operazione di importazione.

La normativa sulla responsabilità amministrativa ex D.Lgs. 231/2001

Il decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 (di seguito nel testo anche “decreto 231”), ha introdotto nell’ordinamento italiano la responsabilità degli enti per gli illeciti conseguenti alla commissione di un reato.

Si tratta di un sistema di responsabilità autonomo, caratterizzato da presupposti e conseguenze distinti da quelli previsti per la responsabilità penale della persona fisica.

In particolare, l’ente può essere ritenuto responsabile se, prima della commissione del reato da parte di un soggetto ad esso funzionalmente collegato, non aveva adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e gestione idonei a evitare reati della specie di quello verificatosi.

Quanto alle conseguenze, l’accertamento dell’illecito previsto dal decreto 231 espone l’ente all’applicazione di gravi sanzioni, che ne colpiscono il patrimonio, l’immagine e la stessa attività.

Le imprese e le associazioni sono i principali destinatari della disciplina contenuta nel decreto 231.

Sono esclusi dal novero degli enti interessati dalla norma lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli altri enti pubblici non economici nonché gli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale (ad esempio, la Corte dei Conti).

L’art. 27 Cost. che prevede il carattere personale della responsabilità penale e della finalità rieducativa della pena, escluderebbe l’ente dai soggetti imputabili poiché persona non fisica e quindi non dotata della capacità di autodeterminazione necessaria per formare ed attuare una volontà criminosa caratterizzata almeno dalla colpa.

Pertanto il legislatore ha introdotto la responsabilità amministrativa dell’ente come autonoma da quella penale della persona fisica che ha agito nel nome e nell’interesse dell’ente stesso; così facendo ha ovviato all’ostacolo, individuando una responsabilità dualistica basata sui seguenti concetti:

1) la responsabilità per l’ente in caso di fatto omissivo proprio;

2) la responsabilità dell’ente per colpa nell’accezione di “colpa di organizzazione e/o di politica di impresa”;

3) l’assenza di colpa se l’ente si è dotato di un sistema organizzativo e gestionale idoneo a prevenire la commissione di reati.

Gli elementi costitutivi dell’illecito dell’ente dipendente da reato sono innanzitutto, la commissione di un reato-presupposto da parte di uno dei seguenti soggetti qualificati:

– persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o direzione dell’ente o di una sua unità…

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