E’ nullo l’accertamento per il professionista se lo studio di settore è sperimentale

E’ nullo l’accertamento effettuato dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di un professionista titolare di un piccolo studio, utilizzando lo strumento degli studi di settore sperimentali. La Corte di Cassazione, con la sentenza n.25099, del 26 novembre 2014, ha accolto il ricorso di un contribuente che si era lamentato dell’utilizzo di strumenti accertativi del reddito, di carattere sperimentale.

Per inquadrare la fattispecie oggetto del presente commento occorre rilevare che il riferimento al contenzioso è il periodo d’imposta 2000 e, lo studio applicato nei confronti del contribuente, era stato approvato in via sperimentale, con revisione definitiva solo nel 2006.

Il ricorso del professionista

Il professionista aveva impugnato la sentenza della C.T.R. che, accogliendo l’appello dell’Ufficio avverso la sentenza C.T.P., ebbe a ribadire la legittimità dell’avviso di accertamento relativo ad IRPEF, IRAP ed IVA per l’anno d’imposta 2000, conseguente all’aumento dei ricavi del ricorrente, a seguito dell’applicazione dello studio di settore.

La C.T.R. rilevò che, dall’analisi del fatturato del contribuente, per la maggior parte (il 54%) si trattava di prestazioni erogate avendo riguardo ad un’attività rientrante nel “cluster 4” degli studi di settore, secondo il codice assunto dallo “studio tecnico di piccola dimensione”. A tale stregua si giustificava l’accertamento analitico-induttivo di cui all’art. 39, D.P.R. n.600 del 1973, cui era riconducibile, ai sensi del d.l. n.331 del 1993, l’accertamento condotto sulla base degli studi di settore, con conseguente inversione della prova a carico del contribuente, in concreto non fornita.

Nel ricorso in Cassazione il contribuente, tra le diverse motivazioni, contesta il fatto che la C.T.R. non ha riconosciuto la nullità dell’accertamento per violazione del D.M. 20.03.2001 che implicava per l’Ufficio un utilizzo solo sperimentale dello studio di settore, utile all’individuazione dei contribuenti da sottoporre ad ulteriore accertamento, da fondarsi però su dati diversi.

 

Accertamento analitico–induttivo: un recente orientamento della Cassazione

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 19755, del 19 settembre 2014 ha affermato che non corrisponde al vero, in linea di principio, che l’accertamento analitico-induttivo dei redditi di impresa, come nel caso in esame, possa essere esperito solo in presenza di una contabilità formalmente corretta, perché sia l’art. 39, c. 1, lett. d, del D.P.R. 600/73, in tema di imposte dirette, sia l’art. 54, c. 2, del D.P.R. 633/72, in materia di IVA, consentono di accertare l’esistenza di ricavi non dichiarati o di passività non dichiarate prescindendo dalla registrazioni contabili, oltre che in forza delle notizie acquisite dall’Ufficio ai sensi degli artt. 32, del D.P.R. 600/73 e dell’art. 51 del D.P.R. 633/72, anche “sulla base di presunzioni semplici purché queste siano gravi precise e concordanti”, di modo che l’apparente regolarità formale delle scritture contabili non costituisce condizione indefettibile dell’accertamento così operato.

I giudici di legittimità ricordano che, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, l’articolo 39, c. 1, lett. d, D.P.R. 600/73, prevede che si possa procedere alla determinazione induttiva dei redditi, anche “qualora la contabilità stessa possa considerarsi complessivamente inattendibile in quanto confliggente con i criteri della ragionevolezza, anche sotto il profilo della antieconomicità del comportamento del contribuente” potendo in tali casi dubitarsi della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, maggiori ricavi o minori costi.

In sostanza l’accertamento analitico-induttivo può essere utilizzato in una vasta gamma di tipologie di accertamento.

L’analisi della Cassazione

I giudici di legittimità nell’analizzare le motivazioni del ricorso del professionista osservano che, come anche sottolineato dalla…

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