La nuova normativa sulle società cessate

di Gianfranco Antico

Pubblicato il 30 dicembre 2014

dopo il Decreto sulle semplificazioni, la cancellazione di una società di capitali dal Registro delle imprese non cancella eventuali debiti tributari di cui possono rispondere gli ex liquidatori o soci

L’art. 28, c. 4, del D.Lgs. n. 175 del 21 novembre 2014, a decorrere dal 13 dicembre 2014, ha previsto che ai soli fini della validità e dell'efficacia degli atti diliquidazione, accertamento, contenzioso e riscossione dei tributi econtributi, sanzioni e interessi, l'estinzione della società di cuiall'art. 2495 c.c. ha effetto trascorsi cinque anni dallarichiesta di cancellazione del Registro delle imprese. Inoltre, il successivo comma 5, dello stesso articolo 28 ha modificato le regole relative alla responsabilità dei liquidatori, previste dall’art. 36, del D.P.R. n. 602/73.

 

LE VECCHIE REGOLE

A partire dal 1° gennaio 2004, l’art. 2495 c.c., per le società di capitali1, dispone che approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese. Ferma restando l'estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi. La domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l'ultima sede della società.

La modifica normativa del 2004 ha portato a tutta serie di storture fiscali, su cui la Corte di Cassazione, con la nota sentenza n. 6070 del 12 marzo 2013 (ud. 12 febbraio 2013), ha preso una precisa posizione, sia in ordine agli effetti sostanziali che processuali della cancellazione delle società.

Quanto ai primi, per le Sezioni Unite emerge che:

  • non è autorizzabile “la conclusione che, con l'estinzione della società derivante dalla sua volontaria cancellazione dal registro delle imprese, si estinguano anche i debiti ancora insoddisfatti che ad essa facevano capo. Né è ipotizzabile che la volontaria estinzione dell'ente collettivo comporti la cessazione della materia del contendere nei giudizi contro di esso pendenti per l'accertamento di debiti sociali tuttora insoddisfatti, in quanto ciò significherebbe imporre un ingiustificato sacrificio del diritto dei creditori;

  • se deve escludersi che la cancellazione dal registro, pur provocando l'estinzione dell'ente debitore, determini al tempo stesso la sparizione dei debiti insoddisfatti che la società aveva nei riguardi dei terzi, “è del tutto naturale immaginare che questi debiti si trasferiscano in capo a dei successori e che, pertanto, la previsione di chiamata in responsabilità dei soci operata dal citato art. 2495 implichi, per l'appunto, un meccanismo di tipo successorio. I soci, infatti, sono gli effettivi titolari dei debiti sociali nei limiti della responsabilità che essi avevano secondo il tipo di rapporto sociale prescelto;

  • il subingresso dei soci nei debiti sociali, sia pure entro i limiti e con le modalità sopra indicate, “suggerisce immediatamente che anche nei rapporti attivi non definiti in sede di liquidazione del patrimonio sociale venga a determinarsi un analogo meccanismo successorio”.



Quanto ai secondi (effetti processuali):

  • una società non più esistente, perché cancellata dal registro delle imprese, non può validamente intraprendere una causa, nè esservi convenuta (salvo quanto previsto in materia di fallimento);

  • qualora la cancellazione intervenga a causa già iniziata è inammissibile l'impugnazione proposta dalla società estinta2, così come di quella proposta nei suoi confronti3, nei processi in corso; la legittimazione sostanziale e processuale, attiva e passiva, si trasferisce automaticamente, ex art. 110 c.p.c., ai soci, che, per effetto della vicenda estintiva, divengono partecipi della comunione in ordine ai beni residuati dalla liquidazione o sopravvenuti alla cancellazione, e, se ritualmente evocati in giudizio, parti di questo, pur se estranei ai precedenti gradi del processo4 (“l'aver ricondotto la fattispecie ad un fenomeno successorio … consente abbastanza agevolmente di ritenere applicabile, quando la cancellazione e la conseguente estinzione della società abbiano avuto luogo in pendenza di una causa di cui la società stessa era parte, la disposizione dell'art.110 c.p.c. (come già affermato anche da Cass. 6 giugno 2012, n. 9110). Tale disposizione contempla, infatti, non solo la 'morte' (come tale riferibile unicamente alle persone fisiche), ma altresì qualsiasi 'altra causa' per la quale la parte venga meno, e dunque risulta idonea a ricomprendere anche l'ipotesi dell'estinzione dell'ente collettivo”;

  • l'esigenza di stabilità del processo, che eccezionalmente ne consente la prosecuzione pur quando sia venuta meno la parte, se l'evento interruttivo non sia stato fatto constare nei modi di legge, deve considerarsi limitata al grado di giudizio in cui quell'evento è occorso, in difetto di indicazioni normative univoche che ne consentano una più ampia esplicazione;

  • quando l'impugnazione non sia diretta nei confronti della "giusta parte", o non provengada essa, “l'impugnazione medesima dev'essere dichiarata inammissibile”.



In estrema sintesi, i principi di diritto affermati dalla Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, nella sentenza n. 6070/2013, sono i seguenti:

  • "qualora all'estinzione della società, conseguente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società esti