La gestione del patrimonio degli enti ecclesiastici

La crisi economica e di vocazioni spinge gli enti religiosi a interrogarsi sul proprio futuro. Nuove modalità gestionali dovranno essere attentamente studiate per garantire la loro sopravvivenza e per non privare la collettività dei servizi che quotidianamente questi enti svolgono. In tale contesto sarà necessario individuare strutture operative che siano al contempo in grado di produrre l’allargamento degli spazi di responsabilità, di solito attribuiti in via esclusiva a persone consacrate, a collaboratori laici e di mantenere le linee guida proprie del carisma che governa gli enti religiosi. Si introducono, descrivendoli sotto i profili normativi e fiscali, due strumenti giuridici che potrebbero essere di sostegno in questa delicata fase di trasformazione epocale che le congregazioni dovranno attraversare: l’atto di Destinazione e l’atto di Trust.

 

  1. Premesse

 Secondo i principi dettati dall’ordinamento giuridico italiano, un ente può essere qualificato ecclesiastico in presenza di requisiti soggettivi ed oggettivi. Per gli enti di culto cattolico è il Concordato lateranense tra la Santa Sede e l’allora Regno d’Italia a dettare, come requisito necessario, l’erezione dei nuovi enti a persone giuridiche da parte dell’autorità ecclesiastica, secondo le norme del diritto canonico (art. 31 del Concordato). L’ente deve poi avere sede in Italia e scopo di religione o di culto. Nell’ambito degli enti Ecclesiastici riconosciuti dallo Stato Italiano vi sono gli Istituti Religiosi nei quali, già da qualche tempo, è iniziato un cammino di rivitalizzazione delle Opere. La naturale divisione tra attività istituzionale dell’ente, omnicomprensiva di tutto ciò che fa riferimento alla parte spirituale dell’ente, ed attività commerciale richiede un’attenta analisi degli aspetti gestionali . L’art. 15 della L. 222/85, richiamando l’art. 7 n.3 dell’accordo 18/02/1984, dispone testualmente che “…le attività diverse da quelle di religione o di culto svolte dagli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti sono soggette, nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività ed al regime tributario previsto per le medesime”. La parte commerciale dell’ente religioso, se adeguatamente organizzata e gestita , in Italia e all’estero, potrà garantire , a parere di chi scrive, la sostenibilità futura delle stesse ed , in ultima analisi, la sopravvivenza dell’ente. La sfida riguarda perciò la riorganizzazione delle opere che possono produrre risultati economici Uno stimolo autorevole è giunto anche da Papa Giovanni Paolo II (messaggio 1 gennaio 2001 n. 15): “E’ forse giunto II momento di una nuova e profonda riflessione su! senso dell’economia e del suoi fini. II tal senso risulta urgente considerare la concezione stessa di benessere perché non sia dominata do una gretta prospettiva utilitaristica che lascia uno spazio marginale e secondario a valori quali la solidarietà e l’altruismo)”.

Un ente religioso possiede vai tipi di risorse: spirituali, umane, pastorali ed economiche. L’attenzione si concentra qui, nel cammino di rivitalizzazione generale, sulle risorse economiche. Se è vero che esse non sono sempre quelle che scarseggiano, è pur vero che bisogna riconoscere che senza di esse è difficile portare a termine buona parte delle attività di religione, poiché ogni attività ha una sua dimensione economica ; ciò sarebbe confermato anche nei Vangeli. “Per costruire è necessario sedersi e fare bene I calcoli e preventivare I costi (Lc 14,18); Gesù non risparmia elogi al buon amministratore (Mt 24,45); il Vangelo ci orienta sempre e anche quando cerchiamo criteri per mettere a profitto i nostri talenti In banca affinché producano il dovuto interesse (Mt 25,14-30) Certamente la gestione dei beni di un Istituto religioso richiede cautela, precisione, onestà e professionalità. In essa si deve evitare ad ogni costo la speculazione. Nel nuovo contesto dell’economia mondiale e…

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