L'atto notorio non vale (nel processo tributario)

Con la sentenza n. 14065 del 20 giugno 2014 (ud 14 aprile 2014) la Corte di Cassazione ha confermato che “l’attribuzione di efficacia probatoria alla dichiarazione sostitutivadell’atto di notorietà che, così come l’autocertificazione in genere, haattitudine certificativa e probatoria esclusivamente in alcune procedureamministrative, essendo viceversa priva di efficacia in sedegiurisdizionale, trova, con specifico riguardo al contenzioso tributario,ostacolo invalicabile nella previsione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7,comma 4, giacchè finirebbe per introdurre nel processo tributario – eludendoil divieto di giuramento e prova testimoniale – un mezzo di prova, non soloequipollente a quello vietato, ma anche costituito al di fuori del processo(Cass. sent. n. 6755/2010)”.
Nel caso in esame la CTR aveva erroneamente valorizzato le autocertificazioni di presunti allievi prodotte dal contribuente, al fine di determinare l’imponibile attribuitogli, in quanto prive di valenza probatoria nel processo tributario.

Brevi riflessioni
Come è noto, la Corte di Cassazione1 ha riconosciuto anche al contribuente la possibilità di utilizzare in suo favore eventuali dichiarazioni a lui rese da terzi al di fuori del giudizio, nell’ottica di attuazione dei principi del “giusto processo”, e pertanto, l’utilizzabilità delle dichiarazioni dovrebbe essere ambivalente, per garantire la parità delle armi processuali e l’effettività del diritto di difesa (in senso conforme si è espressa la Cassazione con la sentenza n. 4239/2004, che riprende un orientamento già precedentemente affermato nella sentenza n. 1930 del 10 febbraio 2001)2.
Naturalmente, anche per il contribuente le dichiarazioni in questione non potranno avere pieno valore probatorio, ma solo il valore di “elementi”, che non possono costituire da soli il fondamento della decisione.
Dal punto di vista pratico, per quanto riguarda le dichiarazioni dei terzi, si pone il problema della cosiddetta “verbalizzazione”, ossia quello di definire la veste formale nella quale tali dichiarazioni3 debbano essere rese al fine di venire prodotte nel giudizio4: di solito si utilizza:

l’atto notorio5;

la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà6;

la perizia giurata7.

Sul punto specifico, con la sentenza n. 703 del 29 novembre 2006 (dep. il 15 gennaio 2007), la Corte Cassazione ha affermato che la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, così come l’autocertificazione in genere, ha attitudine certificativa e probatoria esclusivamente in alcune procedure amministrative essendo, viceversa, priva di qualsiasi efficacia in sede giurisdizionale, trovando ostacolo invalicabile, nel contenzioso tributario, la previsione dell’art.7, c. 4, D.Lgs. n. 546/1992, e ciò perché altrimenti si finirebbe per introdurre nel processo tributario, eludendo il divieto di giuramento sancito dalla richiamata disposizione, un mezzo di prova, non solo equipollente a quello vietato ma, anche costituito al di fuori del processo.
Successivamente, con la sentenza n. 16348 dell’8 aprile 2008, depositata il 17 giugno 20088, la Corte di Cassazione ha confermato la propria posizione.
E con la sentenza n. 14328 del 19 giugno 2009 (ud. del 28 maggio 2009) la Cassazione, proprio in ordine all’efficacia probatoria della dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, ha rilevato che “ è principio generale del nostro ordinamento quello secondo cui nessuno può costituire titoli di prova a favore di se stesso, essendo giustificato il sospetto che chi affermi o neghi un dato fatto possa farlo anche contro la verità, mosso dal proprio interesse. Ne deriva che la prova a favore può provenire soltanto da terzi mentre una dichiarazione o un documento provenienti da un soggetto possono essere solo titoli di prova contro di lui”.

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