Le percentuali di ricarico sballate giustificano gli accertamenti

Con l’Ordinanza n. 9716 del 6 maggio 2014 (ud. 2 aprile 2014) la Corte di Cassazione ha sostanzialmente indicato due principi:

“In tema di accertamento delleimposte dirette ed in presenza di una contabilità regolarmentetenuta, l’accertamento dei maggiori ricavi d’impresa può essereaffidato alla considerazione della difformità della percentuale diricarico applicata dal contribuente rispetto a quella mediamenteriscontrata nel settore di appartenenza soltanto se essa raggiungalivelli di abnormità ed irragionevolezza tali da privare, appunto, ladocumentazione contabile di ogni attendibilità (Cass. n. 5870/2003,n. 15310/2000)”;

“In tema di imposte sui redditi, inpresenza di un comportamento assolutamente contrario ai canonidell’economia, che il contribuente non spieghi in alcun modo, èlegittimo l’accertamento ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39,comma 1, lett. d); ad un tale riguardo il giudice di merito, per poter annullarel’accertamento, deve specificare, con argomenti validi, le ragioni perle quali ritiene che l’antieconomicità del comportamento delcontribuente non sia sintomatico di possibili violazioni didisposizioni tributarie (Cass. n.10802/2002, n.1821/2001)”.

Nel caso di specie, conclude l’ordinanza, “la decisione di appello, che ha confermato la decisione di primo grado, esprimendo verso la stessa condivisione, nella considerazione che, in presenza di una contabilità regolarmente tenuta, l’Amministrazione Finanziaria avrebbe dovuto giustificare il ricorso al metodo induttivo, non sembra in linea con i principi desumibili dalle richiamate pronunce, avuto riguardo all’incontestata circostanza dell’abnormità, irragionevolezza ed antieconomicita del comportamento della contribuente, desunta dalla contabilità dell’anno 2003, la quale, di per sè, legittimava l’utilizzazione della particolare metodica di accertamento, con conseguente inversione dell’onere probatorio”.

Precedenti giurisprudenziali
Di recente, con la sentenza n. 1839 del 29 gennaio 2014 la Corte di Cassazione, in presenza di elementi presuntivi di sicura rilevanza probatoria, desunti dalla sostanziale antieconomicità del comportamento della titolare di una ditta di abbigliamento al dettaglio, che aveva dichiarato una percentuale di ricarico, del 9,78%, del tutto irragionevole in relazione al settore di appartenenza della medesima, aveva già affermato che, sia in materia di imposte dirette che di IVA, “una volta contestata dall’Erario l’antieconomicità di un comportamento posto in essere dal contribuente, poiché assolutamente contrario ai canoni dell’economia aziendale, incombe su quest’ultimo l’onere di fornire, al riguardo, le necessarie spiegazioni. In difetto, sarà pienamente legittimo il ricorso all’accertamento induttivo da parte dell’amministrazione, ai sensi degli artt. 39 del d.P.R. n. 600/73 e 54 del d.P.R. n. 633/72, anche mediante il ricorso ai parametri presuntivi di cui all’art. 3 L.549/95 (Cass. 6918/13; 11599/07)”. Osserva la Corte che, “il potere accertativo dell’Ufficio, ai sensi delle disposizioni succitate, una volta che l’Amministrazione finanziaria abbia applicato i parametri presuntivi, personalizzati in relazione alla specifica situazione del contribuente, ed abbia soppesato e disatteso le contestazioni proposte da quest’ultimo in sede amministrativa, non può ritenersi condizionato da alcun altro incombente. E neppure tale potere di accertamento potrebbe considerarsi in alcun modo impedito dalla regolarità della contabilità tenuta dal contribuente, che non può costituire – a fronte di una condotta antieconomica del medesimo sintomatica dell’evasione di imposta – neppure una valida prova contraria in presenza degli elementi presuntivi …

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