L'accertamento anticipato contrasta con le norme dello Statuto del contribuente

Con la sentenza n.7315 del 28 marzo 2014, la Corte di Cassazione totna ancora ad occuparsi dell’annualità urgente in scadenza, non legittimando il comportamento tenuto dall’ufficio né la tesi sostenuta, “per lo meno fintanto che non è spiegato cosa si sia intromesso nell’indicato quinquennio, e cosa abbia impedito di assicurare la maggior prontezza dell’azione amministrativa di accertamento”.

La sentenza

La Corte prende le mosse dalla pronuncia a SS.UU., n. 18184/2013, che hanno elaborato il principio secondo cui l’art. 12, c. 7, della L. n. 212/2000, deve essere interpretato nel senso che l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento determina di per sé la illegittimità dell’atto impositivo emesso ante tempus, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza.

Il vizio invalidante – è stato detto – non consiste, diversamente da quanto appare ritenuto dall’impugnata sentenza, nella mera omessa enunciazione nell’atto dei motivi di urgenza che ne hanno determinato l’emissione anticipata, bensì nell’effettiva mancanza di detto requisito esonerativo dall’osservanza del termine, la cui ricorrenza, nella concreta fattispecie e all’epoca di tale emissione, deve essere provata in giudizio dall’ufficio. Alla luce di tale principio, che il collegio condivide, la commissione tributaria regionale non avrebbe potuto quindi limitarsi a evidenziare che ragioni di urgenza non erano state esplicitate nell’atto tributario, ma avrebbe dovuto valutare quanto l’ufficio| aveva allegato in giudizio in ordine alla imminente maturazione (al 31 dicembre 2006) del termine di decadenza dell’azione accertativa”.

La valutazione che è stata omessa in sede di merito viene, tuttavia, effettuata adesso dalla Corte “nell’ambito del sindacato afferente il significato della locuzione normativa. La quale invero, evocando il caso di particolare e motivata urgenza (“salvo casi di particolare e motivata urgenza”), suppone una valutazione giuridica, e non un mero apprezzamento di fatto; una valutazione relativa al significato ultimo (e alla conseguente corretta applicazione) desumibile da una norma elastica”.

Pertanto, l’art. 12, c. 7, citato, nel riferimento generale ai “casi di particolare e motivata urgenza“, comporta “un giudizio in iure che resta soggetto al controllo di legittimità, al pari di ogni altro giudizio fondato su norme di legge (v., per l’affermazione generale di principio, Cass. n. 8017-06; n. 10058-05). Questo perché nell’esprimere il giudizio di valore necessario a integrare la norma dev’essere compiuta un’attività di interpretazione giuridica, dovendosi dare concretezza a quella parte mobile (appunto elastica) della norma stessa, introdotta per consentirne l’adeguamento ai mutamenti e alle variabili di contesto”.

E “l’eventualità di evitare una decadenza non può integrare di per sé, contrariamente a quanto sostenuto dall’amministrazione finanziaria, la ragione di urgenza contemplata dalla norma. E la corte ha già affermato il principio sulla base della considerazione che, opinando diversamente, si verrebbero a convalidare, vin via generalizzata, tutti gli atti in scadenza, in contrasto col princìpio secondo il quale il requisito dell’urgenza deve essere riferito alla concreta fattispecie, e cioè al singolo rapporto tributario controverso (v. Cass. n. 1869-14). Pur cosciente del fatto che l’evoluzione interpretativa si presta, quanto all’individuazione in concreto della ragione di urgenza, a uno spettro differenziato di soluzioni teoriche, il collegio intende ribadire l’orientamento osservando che, sul tema, la diversa affermazione riscontrabile nella sentenza citata dall’amministrazione finanziaria (Cass. n. 20769-13) non costituisce espressione (rilevante) di contrasto. Per quanto avendo affermato non revocabile in dubbio che la ratio di evitare la decadenza dal potere impositivo, inscrivendosi nell’esigenza di carattere pubblicistico connessa all’efficiente esercizio della potestà…

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