Gestione antieconomica: la parola al contribuente

Con la sentenza n. 1839 del 29 gennaio 2014 la Corte di Cassazione, in presenza di elementi presuntivi di sicura rilevanza probatoria, desunti dalla sostanziale antieconomicità del comportamento della titolare di una ditta di abbigliamento al dettaglio, che aveva dichiarato una percentuale di ricarico, del 9,78%, del tutto irragionevole in relazione al settore di appartenenza della medesima, ha affermato che, sia in materia di imposte dirette che di IVA, “una volta contestata dall’Erario l’antieconomicità di un comportamento posto in essere dal contribuente, poiché assolutamente contrario ai canoni dell’economia aziendale, incombe su quest’ultimo l’onere di fornire, al riguardo, le necessarie spiegazioni. In difetto, sarà pienamente legittimo il ricorso all’accertamento induttivo da parte dell’amministrazione, ai sensi degli artt. 39 del d.P.R. n. 600/73 e 54 del d.P.R. n. 633/72, anche mediante il ricorso ai parametri presuntivi di cui all’art. 3 L.549/95 (Cass. 6918/13; 11599/07)”.
 
Osserva la Corte che, “il potere accertativo dell’Ufficio, ai sensi delle disposizioni succitate, una volta che l’Amministrazione finanziaria abbia applicato i parametri presuntivi, personalizzati in relazione alla specifica situazione del contribuente, ed abbia soppesato e disatteso le contestazioni proposte da quest’ultimo in sede amministrativa, non può ritenersi condizionato da alcun altro incombente. E neppure tale potere di accertamento potrebbe considerarsi in alcun modo impedito dalla regolarità della contabilità tenuta dal contribuente, che non può costituire – a fronte di una condotta antieconomica del medesimo sintomatica dell’evasione di imposta – neppure una valida prova contraria in presenza degli elementi presuntivi desumibili dai parametri suindicati (cfr., ex plurimis, Cass. 7871/12; 6929/13; 3197/13)”.
 
Nel caso di specie, l’Ufficio ha correttamente effettuato, su circa il 90% della merce esistente in magazzino, “una comparazione tra i prezzi dei capi esposti in vendita e le relative fatture di acquisto e, tenendo conto del ricarico assai modesto (9,78%) esposto dalla contribuente in dichiarazione, abbia – di poi – correttamente operato, in assenza di elementi di segno contrario forniti dalla F., un ricarico nella misura del 40%, secondo la media aritmetica semplice; criterio, questo, peraltro neppure espressamente censurato dalla CTR. A fronte di tali elementi, il giudice di appello si è, invero, limitato – peraltro in contrasto con l’indicata misura del monte merci esaminate dall’Ufficio (90%)- ad una generica allegazione circa il fatto che l’accertamento si sarebbe fondato “su dati parziali”, senza, tuttavia, dedurre espressamente, motivando al riguardo, che il campione di merce fosse inadeguato per qualità e quantità (Cass. 7653/12)”.
Inoltre, prosegue la Corte, “la sentenza impugnata appare, per vero, affetta anche dal censurato vizio motivazionale, laddove, dopo avere chiaramente affermato che “la bassa percentuale di ricarico dichiarata” costituisce “un sicuro indizio di evasione fiscale”, ha dipoi, del tutto contraddittoriamente, fondato la decisione essenzialmente sulla ritenuta “regolarità della documentazione contabile”; dato, questo, tra l’altro, di per sé non significativo sul piano probatorio – come dianzi detto – a fronte di una condotta della contribuente costituente sicuro indizio di evasione”.

Brevi considerazioni
Di recente, con sentenza n. 16642 del 29 luglio 2011 (ud. del 9 marzo 2011) la Corte di Cassazione aveva già ritenuto che il comportamento manifestamente contrario agli ordinari canoni dell’economia e dell’attività dell’…

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