Accertamento induttivo basato sui minimi tariffari

In tema di accertamento delle imposte dei redditi, l’omessa indicazione nelle fatture dei dati prescritti dall’articolo 21 del D.P.R. 26 settembre 1972, n. 633, integra quelle gravi irregolarità che, ai sensi dell’articolo 39 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, legittimano l’Amministrazione Finanziaria a ricorrere all’accertamento induttivo del reddito imponibile.

È la massima tratta dall’ordinanza 14 marzo 2013, n. 6527, con cui la Corte di Cassazione, Sesta Sezione Civile – T, ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento, emesso ai fini IVA e IRAP per il 1999, a carico di uno studio associato di ragionieri. A giudizio degli Ermellini, l’accertamento induttivo è legittimo anche quando le fatture non contengono dettagli specifici sui compensi professionali.

Premessa
  1. In tema di accertamento delle imposte dei redditi, l’omessa indicazione nelle fatture dei dati prescritti dall’articolo 21 del D.P.R. 26 settembre 1972, n. 633, integra quelle gravi irregolarità che, ai sensi dell’articolo 39 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, legittimano l’Amministrazione finanziaria a ricorrere all’accertamento induttivo del reddito imponibile.

  2. È la massima tratta dall’ordinanza 14 marzo 2013, n. 6527, con cui la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento, emesso ai fini IVA e IRAP per il 1999, a carico di uno Studio associato di ragionieri.

  3. In sostanza, a giudizio degli Ermellini, l’accertamento induttivo è legittimo anche quando le ricevute rilasciate non contengono dettagli specifici sui compensi professionali.

I fatti di causa

La Corte ha accolto il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Basilicata, che aveva annullato l’avviso di accertamento, emesso ai fini IVA e IRAP per il 1999, a carico di uno studio associato di ragionieri. L’Ufficio aveva ricostruito in via induttiva il maggior reddito.

A parere del giudice di secondo grado, il metodo di accertamento utilizzato dall’Ufficio non era corretto, perché la contabilità dello studio era regolare.

Né poteva essere invocato il tariffario professionale, posto che i contribuenti venivano pagati con importi inferiori, che non sempre riscuotevano, poiché in parte affluivano ad altra società partecipata dagli stessi.

Le doglianze dell’A.E.

Con il ricorso l’Agenzia delle Entrate ha denunciato vizi di motivazione, non avendo la CTR enunciato adeguatamente il proprio convincimento, tenuto conto:

  • che le dichiarazioni di alcuni clienti erano posteriori all’accertamento e comunque irrilevanti, in virtù del divieto della prova testimoniale nel processo tributario;

  • che le fatture erano del tutto generiche, poiché prive della natura delle prestazioni, del periodo e dell’importo;

  • che in sede di verifica il saldo di cassa era stato riscontrato negativo dagli ispettori;

  • che i compensi erano stati determinati secondo il minimo della tariffa professionale.

Insomma, in presenza di tali elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, l’Ufficio aveva correttamente fatto ricorso al metodoanalitico – induttivo, ancorché nel caso di specie la contabilità fosse scarsamente attendibile.

Fatture troppo generiche

Ebbene, la censura mossa dall’Ufficio è stata condivisa dalla Suprema Corte, posto che in tema di accertamento delle imposte sui redditi

  • l’omessa indicazione nelle fatture dei dati prescritti dall’art. 21 del D.P.R. n. 633 del 1972, integra quelle gravi irregolarità che, ai sensi dell’art. 39 del D.P.R. n. 600 del 1973, legittimano l’Amministrazione Finanziaria a ricorrere all’accertamento induttivo del reddito imponibile (nello stesso senso, Cass. n. 5748/2010 e n. 27063/2007);

  • peraltro, rientra nel potere dell’Amministrazione Finanziaria, nell’ambito della previsione di legge, di scegliere il metodo di accertamento da utilizzare nel caso concreto, pertanto la parte contribuente, in assenza di peculiarità…

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