I prezzi di trasferimento non possono essere rettificati senza un’analisi basata su elementi comparabili

di Fabio Gallio

Pubblicato il 21 febbraio 2014

in caso di contestazione dei prezzi utilizzati per operazioni infragruppo, i verificatori devono basare la rettifica sui dati relativi a prodotti di categoria merceologica omogenea e commerciati su mercati omogenei per tipologia ed area geografica (a cura di Fabio Gallio e Mario De Bellis)

Con la sentenza n. 408 del 10 dicembre 2013, la Commissione Tributaria Provinciale di Milano, sezione 2, ha accolto il ricorso di un contribuente che aveva impugnato un avviso di accertamento in materia di transfer pricing.

In particolare, era stato contestato alla società di avere acquisito dalle proprie controllate cinesi beni a prezzi superiori a quelli di mercato. Per questo motivo, erano stati ripresi in aumento alcuni costi.

Si ricorda che l'espressione transfer pricing si riferisce ai prezzi applicati aventi ad oggetto il trasferimento dei beni materiali ed immateriali ovvero ad operazioni di finanziamento o di prestazioni di servizi poste in essere fra società appartenenti allo stesso gruppo d'imprese multinazionali.

La disciplina dei prezzi di trasferimento in Italia è contenuta nel comma 7, articolo 110, D.P.R. n. 917/1986, ed è stata introdotta al fine di contrastare le politiche dei prezzi di trasferimento elusive, non basate su valori di mercato e volte a trasferire utili da una Paese all’altro.

Per la determinazione del valore normale, il comma 2 dell'articolo 110, D.P.R. n. 917/1986, rinvia all'art. 9 dello stesso decreto, mentre l’art. 1, c. 2-ter, del D.lgs. 471/1997, prevede la mancata applicazione delle sanzioni nel caso in cui il contribuente che ha predisposto apposita documentazione l’abbia indicato in dichiarazione dei redditi.

Il concetto di valore normale definito legislativamente si uniforma al principio di libera concorrenza consigliato in via primaria dall'OCSE per la determinazione del