L'avviamento nella fiscalità delle imprese

Aspetti generali

L’avviamento («goodwill») rappresenta per un’azienda il «maggior valore» che alla stessa deve essere riconosciuto per il fatto di essere idonea a generare profitti, grazie a una serie di qualità immateriali che si sono create nel tempo, determinandone il successo.

Esso è idoneo a generare specifici effetti anche dal punto di vista fiscale, dato che un’azienda che dispone di un maggior avviamento ha sul mercato un valore maggiore rispetto a un’azienda analoga, non avviata o con avviamento più modesto.

L’avviamento può essere derivativo (purchased goodwill), se è stato acquistato a titolo oneroso, ovvero originario (non-purchased goodwill o self generated goodwill), se si è generato internamente nell’impresa.

Può inoltre essere oggettivo se il maggior valore è dovuto ai soli beni aziendali, ovvero soggettivo se esso è dovuto alla capacità dell’imprenditore di accrescere e conservare la clientela.

Concorrendo alla determinazione del risultato economico dell’impresa, l’avviamento, nell’ambito dei principi contabili nazionali, viene iscritto nell’attivo patrimoniale ed è soggetto ad ammortamento, con le relative conseguenze anche sotto il profilo tributario ai fini delle imposte sui redditi. Esso non è tuttavia autonomamente rilevato dalle imprese che adottano gli IAS-IFRS, per le quali è adottato il differente sistema fondato sull’«impaiment test», cioè sulla verifica periodica del valore delle attività iscritte in bilancio.

 

L’avviamento secondo i principi contabili nazionali

La natura e le caratteristiche dell’avviamento quale attività immateriale si rinvengono nelle elaborazioni della prassi contabile, che ne forniscono una definizione utile anche ai fini tributari.

In particolare, il principio contabile nazionale OIC n. 24 contiene alcune precisazioni relative alle informazioni da fornire in nota integrativa, secondo il nuovo n. 3-bis dell’art. 2427, c.c., che ha introdotto la nozione di immobilizzazioni immateriali di durata indeterminata.

A norma dell’art. 2426, n. 2, c.c., il costo delle immobilizzazioni, materiali e immateriali, la cui utilizzazione è limitata nel tempo, deve essere sistematicamente ammortizzato in ogni esercizio in relazione con la loro residua possibilità di utilizzazione.

Il tradizionale criterio contabile che serve a tener conto della perdita di valore delle immobilizzazioni immateriali in genere, è quindi rappresentato dal tradizionale sistema degli ammortamenti, al quale si contrappone – nell’orizzonte dei principi contabili internazionali – quello dell’«impairment test».

Il Principio Contabile n. 24 distingue tra:

  • immobilizzazioni immateriali costituite da costi pluriennali;

  • avviamento;

  • immobilizzazioni costituite da beni immateriali (brevetti, concessioni, diritti, etc.).

La distinzione tra costi pluriennali e beni immateriali ha rilevanza ai fini della determinazione del criterio di valutazione e del periodo di ammortamento da adottare.

Mentre, infatti, per i costi pluriennali (la cui iscrizione nell’attivo patrimoniale è discrezionale), il periodo di ammortamento deve essere il più breve possibile e, in ogni caso, non eccedere i limiti temporali imposti dalla normativa, per i beni immateriali (la cui iscrizione nell’attivo è obbligatoria) il periodo di ammortamento è determinato dalla residua possibilità di utilizzazione del bene.

Se dovesse risultare non prevedibile un limite al periodo durante il quale l’immobilizzazione immateriale è ritenuta capace di generare flussi di cassa positivi, la vita utile dell’immobilizzazione è considerata di durata indeterminata.

La vita utile dell’immobilizzazione immateriale è stimata ipotizzando che in futuro saranno sostenuti solo i costi di manutenzione necessari per mantenerne la capacità di partecipazione alla produzione del reddito ad un livello pari a quello esistente al momento in cui è effettuata la stima e sono accertate la capacità e la volontà dell’impresa a mantenere tale livello di…

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