Legittima l’imputazione ai soci dei dividendi in nero nelle piccole società

di Roberta De Marchi

Pubblicato il 28 ottobre 2013

quando una società ha una ristretta base sociale e vengono accertati utili non dichiarati è legittimo presumere che tali utili siano stati distribuiti ai soci

Con la sentenza n. 20806 dell' 11 settembre 2013 (ud. 11 luglio 2013) la Corte di Cassazione ha legittimato, in presenza di società a ristretta base azionaria, l’imputazione ai soci degli utili extracontabili.

 

La sentenza

In tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di società di capitali a ristretta base partecipativa, è legittima la presunzione di attribuzione ai soci degli eventuali utili extracontabili accertati, rimanendo salva … la facoltà del contribuente di offrire la prova del fatto che i maggiori ricavi non sono stati distribuiti, ma accantonati dalla società, ovvero da essa reinvestiti, non risultando tuttavia a tal fine sufficiente nè la mera deduzione che l'esercizio sociale ufficiale si sia concluso con perdite contabili, né il definitivo accertamento di una perdita contabile, circostanza che non esclude che i ricavi contabilizzati, non risultando nè accantonati né investiti, siano stati distribuiti ai soci”. Tale principio sussistente “nella più recente giurisprudenza di legittimità (Cass. 5076/2011, 8954/2013), ma la sua declinazione decisoria impone il riscontro, conseguente ad un accertamento sulle movimentazioni finanziarie ovvero gli atti giuridico - economici di una società ovvero dei suoi soci, che vi sia stata formazione di utili non contabilizzati, da tale circostanza scattando la citata presunzione distributiva e la correlata tassazione individuale prò parte”.

Nel caso specifico, da un lato “l'accertamento sintetico dell'Ufficio, condotto sui redditi dei soci-contribuenti, poggiava D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, comma 4 e 5, su due circostanze (possesso di autoveicoli e spese per incrementi patrimoniali) e, dall'altro, che solo su una di esse venne sostenuto l'appello da parte di Agenzia dell'Entrate (che circoscrisse il gravame al capo con cui la C.T.P. negava la riconducibilità ai soci stessi, e non invece a società - terze, dei versamenti a favore della F. s.r.l.). La questione dei versamenti dei soci alla società, nella potenziale veste di contribuzioni dirette ad incremento patrimoniale, trovò, al pari del possesso di autovetture, accertamento di insussistenza presso la C.T.P.; essa fu però la sola questione oggetto di censura avanti alla C.T.R.; tale residua circostanza e comunque la riconosciuta sua estraneità all'ambito dei fatti indizianti del riaccertamento reddituale non hanno rinvenuto però alcuna valorizzazione probatoria presso la sentenza qui impugnata, che si limita - come detto - a fare applicazione del principio presuntivo citato e non fa menzione dei presupposti dell'accertamento originario dell'Ufficio”.

Fermo restando il principio, tali lacune hanno indotto la Corte ad accogliere i motivi di ricorso di parte, rinviando alla CTR Campania, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

 

Le nostre riflessioni

Come è noto, per le società di capitali, di norma, vige, la netta separazione tra la società e i singoli soci.

Tuttavia, la legittimità della presunzione relativa alla distribuzione in capo ai soci degli utili non contabilizzati da parte delle società a ristretta base azionaria, è ormai principio consolidato.

Gli uffici finanziari, nel corso di questi anni, non hanno mancato di rilevare che la separazione tra la posizione della società di capitali e quella dei soci non può costituire un muro invalicabile, per le società a ristretta base azionaria e/o familiare, quando risulti acclarata l'esistenza di maggiori utili, derivanti magari da ricavi non contabilizzati, e percepiti fuori bilancio1.

Infatti, in una società di capitali, l’appartenenza della società ad una stretta cerchia familiare può costituire, sul piano degli indizi, elemento di prova dell’avvenuta distribuzione degli utili in questione e tale presunzione non può considerarsi illogica, tenuto conto della complicità, che normalmente avvince un gruppo così composto.

La legittimità dell’accertamento per la presunta distribuzione in capo ai soci degli utili non contabilizzati da parte delle società a ristretta base azionaria è ormai un principio acclarato.

Fra i precedenti di rilievo si segnalano le seguenti sentenze fra le più recenti.

  • Con la sentenza n. 25689 del 26.10.2006 (dep. il 4.12.2006), nel riconfermare l’indirizzo, lo estende, di fatto, anche in relazione ai proventi illeciti.Per la Cassazione, “gli accertamenti tributari di cui è causa traggono origine da evasione di imposta su vendite di prodotti petroliferi effettuati dalla società partecipata senza contabilizzazione nei libri sociali e dunque di attività di occultamento di ricavi messi in atto dalla stessa società.Non è perciò pertinente il richiamo a redditi che deriverebbero dall'attività delittuosa compiuta solo da taluni soci che non si rifletterebbe sulla posizione degli altri”.

  • Con la sentenza n. 10982 del 3.4.2007, dep. il 14.5.2007, una volta acclarata la presunzione secondo cui nelle società di capitali a ristretta base sociale i redditi occulti siano stati distribuiti fra i soci, ne fa discendere l'obbligo per la società di provvedere anche alle ritenute alla fonte su tali redditi. Del resto, prosegue la Corte, “ex art. 5, comma 1, del D.P.R. n. 597/1973 i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice, che hanno nel territorio dello stato la sede legale o amministrativa o l'oggetto principale dell'attività, sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dall'effettiva percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili. E nella specie si tratta appunto di redditi accertati nei confronti della società resistente a seguito di maggior redditi accertati in capo a società in accomandita semplice di cui la F. resistente era compartecipe in varia misura”; nello stesso senso vd. anche Cass. n. 20851/2005, col conseguente obbligo di effettuazione della ritenuta. Del resto, prosegue la Corte, “ex art. 5, comma 1, del D.P.R. n. 597/1973 i redditi delle soci