Accertamento nullo se non preceduto dal Processo Verbale di Constatazione

Premessa

Con la sentenza 20770 dell’11 settembre 2013, la Suprema Corte torna ad occuparsi, in qualche modo, del cosiddetto “accertamento anticipato” e soprattutto delle garanzie spettanti al contribuente in caso di verifiche fiscali.
Occorre ricordare, a tal proposito, che l’articolo 12, comma 7, dello Statuto del Contribuente (legge 212/2000) stabilisce che, nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza.
 
«Accertamento anticipato» nullo
Con la sentenza 18184 dello scorso 29 luglio, le Sezioni Unite hanno stabilito che la L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 12, comma 7, deve essere interpretato nel senso che l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento – termine decorrente dal rilascio al contribuente, nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività, della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni – determina di per sè, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, la illegittimità dell’atto impositivo emesso ante tempus, poiché detto termine è posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, il quale costituisce primaria espressione dei principi, di derivazione costituzionale, di collaborazione e buona fede tra amministrazione e contribuente ed è diretto al migliore e più efficace esercizio della potestà impositiva. Il vizio invalidante non consiste nella mera omessa enunciazione nell’atto dei motivi di urgenza che ne hanno determinato l’emissione anticipata, bensì nell’effettiva assenza di detto requisito (esonerativo dall’osservanza del termine), la cui ricorrenza, nella concreta fattispecie e all’epoca di tale emissione, deve essere provata dall’Ufficio.
In sostanza, valorizzando sulla base dei principi comunitari e costituzionali il contraddittorio procedimentale, la Suprema Corte ha stabilito che l’emissione dell’atto di accertamento prima dello scadere del termine previsto per l’effettivo contraddittorio, mediante la presentazione delle memorie difensive, è illegittima perché non consente, appunto, lo svolgimento di quel momento fondamentale di confronto tra Fisco e contribuente. Quindi, l’avviso di accertamento emesso prima dei sessanta giorni dalla consegna del PVC è nullo, in assenza di valide ragioni di urgenza.
 

L’accesso richiede il PVC
Il caso affrontato con la pronuncia odierna attiene ad un contribuente che aveva subito un accesso, con il quale il Fisco aveva soltanto acquisito la documentazione poi utilizzata per emettere l’avviso di accertamento. In quell’occasione, però, nessun verbale era stato predisposto né rilasciato dai verificatori.
L’articolo 52 del decreto Iva (DPR 633/1972), applicabile anche in materia di imposte dirette in virtù del richiamo operato dall’articolo 33, comma 1, del DPR 600/1973, stabilisce che di ogni accesso deve essere redatto processo verbale da cui risultino le ispezioni e le rilevazioni eseguite, le richieste fatte al contribuente o a chi lo rappresenta e le risposte ricevute. Il verbale deve essere sottoscritto dal contribuente o da chi lo rappresenta ovvero indicare il motivo della mancata sottoscrizione. Il contribuente ha diritto di averne copia.
Secondo il Fisco, nel caso di specie, non erano state compiute attività istruttorie nel corso dell’accesso, ma …

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