Le operazioni inesistenti: i limiti alle deduzioni

Premessa
“… ai fini della determinazione del reddito di impresa, anche i costi relativi ad operazioni soggettivamente inesistenti possono essere dedotti, purché il contribuente ne dimostri l’effettiva sussistenza, l’ammontare e l’inerenza”.
Questo, in sintesi, il principio enucleabile dalla copiosa sentenza della Suprema Corte di Cassazione – Sezione Tributaria Civile, n. 19786, pubblicata il 27 settembre 2011.
 
La vicenda
La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia rigettava l’appello proposto da una S.r.l., e accoglieva, invece, l’appello incidentale proposto dalla Agenzia delle Entrate avverso la decisione di prime cure, con la quale era stato parzialmente accolto il ricorso proposto dalla società contribuente nei confronti di tre avvisi ai accertamento, emessi a seguito dell’iscrizione a ruolo delle maggiori imposte e sanzioni per IRPEG e ILOR, relative gli anni 1994, 1995 e 1996.
 
Fondatezza degli addebiti
In particolare, il giudice d’Appello riteneva pienamente fondati gli addebiti mossi dall’Ufficio alla contribuente, in relazione:

all’effettuata deduzione di costi, consistenti in esborsi a favore di società con sede legale a Londra, per operazioni ritenute inesistenti;

all’indeducibilità dei canoni relativi alla locazione di un immobile ad uso foresteria, concesso, in realtà, in uso gratuito ad un dipendente.
 

Costi indebitamente dedotti
In particolare, i costi indebitamente dedotti erano riconducibili al pagamento dei modelli, da parte della società straniera, la quale provvedeva, poi, a rifatturare alla società italiana lo stesso importo accreditato ai modelli, maggiorato di una commissione pari al 15%, quale compenso per lo svolgimento dell’attività di “scouting” (consistente nella scelta e gestione degli indossatori).
A ben vedere, quindi, la società estera offriva un servizio non gestionale – operativo, ma puramente finanziario, allo scopo di facilitare il pagamento dei modelli che veniva effettuato dietro precise indicazioni e con determinazione degli importi da corrispondere da parte della società italiana.
 
Ricorso in Cassazione
Avverso la sentenza della CTR lombarda, la S.r.l. ricorreva per la cassazione, articolando sette motivi, ai quali replicava con controricorso, l’Agenzia delle Entrate.
In particolare, la società deduceva la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 75 del T.U.I.R. (ora art. 109), in quanto:

l’impugnata sentenza avrebbe finito con il fondare la decisione della controversia sul parametro della mera “verosimiglianza”, nel senso che l’art. 75 del D.P.R. n. 917/86 “escluderebbe dal novero degli elementi che partecipano al calcolo del reddito di impresa quelli da stimarsi come (soltanto) verosimili”.

 

Ai sensi dell’articolo 109 del Tuir (già articolo 75) sono deducibili i componenti negativi dal reddito di impresa a condizione che la loro esistenza sia certa, se sono determinabili nel loro ammontare e se inerenti ad attività da cui derivano i ricavi, indipendentemente dal fatto che gli stessi costi siano o meno documentati con fattura.
Per le imposte dirette, a differenza di quanto previsto per l’Iva, la regolarità della fattura è elemento irrilevante ai fini della deducibilità di un costo, consentita tutte le volte in cui vengono soddisfatte le condizioni dell’articolo 75, comma 4, Tuir (nel testo previgente, applicabile alla fattispecie in esame ratione temporis), secondo il quale “le spese e gli oneri specificamente afferenti i ricavi e altri proventi, che pur non risultando imputati al conto dei profitti e delle perdite concorrono a formare il reddito, sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui risultano da elementi certi e …

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