Le operazioni inesistenti: i limiti alle deduzioni

di Antonio Gigliotti

Pubblicato il 8 febbraio 2012

in sede di determinazione del reddito d'impresa, quali sono i rischi ad utilizzare, come costi deducibili, fatture considerate inesistenti?

Premessa

“… ai fini della determinazione del reddito di impresa, anche i costi relativi ad operazioni soggettivamente inesistenti possono essere dedotti, purché il contribuente ne dimostri l’effettiva sussistenza, l’ammontare e l’inerenza”.

Questo, in sintesi, il principio enucleabile dalla copiosa sentenza della Suprema Corte di Cassazione – Sezione Tributaria Civile, n. 19786, pubblicata il 27 settembre 2011.

 

La vicenda

La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia rigettava l’appello proposto da una S.r.l., e accoglieva, invece, l’appello incidentale proposto dalla Agenzia delle Entrate avverso la decisione di prime cure, con la quale era stato parzialmente accolto il ricorso proposto dalla società contribuente nei confronti di tre avvisi ai accertamento, emessi a seguito dell’iscrizione a ruolo delle maggiori imposte e sanzioni per IRPEG e ILOR, relative gli anni 1994, 1995 e 1996.

 

Fondatezza degli addebiti

In particolare, il giudice d’Appello riteneva pienamente fondati gli addebiti mossi dall’Ufficio alla contribuente, in relazione:

  • all’effettuata deduzione di costi, consistenti in esborsi a favore di società con sede legale a Londra, per operazioni ritenute inesistenti;

  • all’indeducibilità dei canoni relativi alla locazione di un immobile ad uso foresteria, concesso, in realtà, in uso gratuito ad un dipendente.

     

Costi indebitamente dedotti

In particolare, i costi indebitamente dedotti erano riconducibili al pagamento dei modelli, da parte della so