La concessione di beni in godimento a soci o familiari dell'imprenditore

Aspetti generali

Particolarmente avversato, nelle normative di recente introduzione in materia tributaria, è il fenomeno dell’intestazione fittizia di beni a società, ovvero della «copertura» di beni di utilizzo privato/familiare attraverso una «veste giuridica» che può fruire dei regimi fiscali riservati alle attività di impresa.

In tale cornice si inquadra la normativa speciale in materia di società non operative (art. 30, L. n. 724/1994, e s.m.i.), che penalizza fortemente – attraverso un meccanismo di tipo presuntivo – le ipotesi di società «fittizie», cioè non finalizzate all’esercizio di una attività di impresa, bensì (si suppone) all’ottenimento di un vantaggio sotto il profilo tributario.

La c.d. manovra di ferragosto 2011 (D.L. n. 138/2011) è intervenuta, in un contesto normativo generale nel quale figura peraltro l’inasprimento delle norme sulle società di comodo (presunzione di non operatività per le società in perdita strutturale ed elevazione alle stesse dell’aliquota IRES, fatta salva la possibilità di chiedere e ottenere la disapplicazione mediante istanza all’Agenzia delle Entrate), prevedendo peculiari conseguenze in caso di destinazione dei beni d’impresa alle esigenze personali e/o familiari dell’imprenditore.

 

In breve: la normativa di contrasto

La ricostruzione delle previsioni normative in commento, che sono già state oggetto di un intervento su questo sito, può essere effettuata sulla base delle schede di lettura predisposte dal Servizio Studi della Camera dei Deputati, che affermano quanto segue:

 

  • i commi da 36-terdecies a 36-duodevicies dell’articolo 2 del decreto, introdotti nel corso dell’esame al Senato, prevedono una nuova ipotesi di tassazione per l’uso di beni intestati fittiziamente a società, nell’ambito della quale viene considerata reddito diverso ai fini IRPEF la differenza tra il valore di mercato e il corrispettivo annuo per la concessione in godimento di beni dell’impresa a soci o familiari dell’imprenditore;

  • è inoltre prevista l’indeducibilità dei costi relativi ai beni concessi ai soci o ai familiari per un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato del diritto di godimento;

  • è altresì previsto un potenziamento delle attività di accertamento effettuate dall’Agenzia delle Entrate con riferimento all’applicazione della normativa innovata.

Può essere qui osservato che:

  1. non viene prevista dalla norma l’ipotesi dell’utilizzo diretto da parte dell’imprenditore individuale (che però può chiaramente condurre al disconoscimento del regime di impresa per i beni in sede di accertamento);

  2. la ratio della norma e il suo obiettivo sembrano «limitrofi» rispetto alle ipotesi contrastate dalle disposizioni in materia di società di comodo (peraltro ora estese anche alle società in perdita per tre periodi di imposta consecutivi);

  3. i costi relativi ai beni che non sono inerenti rispetto all’attività dell’impresa sono sempre indeducibili in base ai principi generali del reddito di impresa (art. 109, c. 5, TUIR).

 

La comunicazione finalizzata all’esercizio dei controlli

Per quanto è affermato nei commi 36-sexiesdecies e 36-septiesdecies dell’articolo 2, se l’impresa ha concesso in godimento propri beni a soci o a familiari dell’imprenditore per un corrispettivo annuo inferiore al valore di mercato, l’impresa concedente – ovvero il socio o il familiare dell’imprenditore – sono tenuti a comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati relativi ai beni concessi in godimento, al fine di garantire l’attività di controllo.

Le modalità attuative della norma dovevano essere emanate con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate, da emanarsi entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto.

La sanzione applicabile in caso di mancata – ovvero incompleta/infedele – comunicazione è pari al 30% della differenza tra valore di mercato e corrispettivo annuo, salvo che comunque si sia adempiuto agli obblighi…

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