Trasferta e trasfertismo: facciamo un po’ di chiarezza!

Capita sovente che i dipendenti vengano inviati dal loro datore di lavoro a svolgere l’attività lavorativa presso un’altra sede di lavoro rispetto a quella abituale, oppure che non vi sia una sede abituale di lavoro e che i dipendenti siano tenuti a recarsi ogni volta in un luogo differente, perché la variazione di volta in volta della sede di lavoro è congeniale al tipo di attività stessa.
In tutti questi casi, sorge il problema per il datore di lavoro di come indennizzare, rimborsare oppure ristorare del disagio subito il lavoratore, avendo così una grande confusione su quali siano gli importi da erogare quali indennità esenti e quali quelli rientranti nella retribuzione e quindi a tutti gli effetti tassabili.
Di seguito si intende fornire le definizioni di trasferta e trasfertismo al fine di distinguere i due istituti e non incorrere in errori che potrebbero, in caso di ispezione o di impugnativa da parte del lavoratore, dare luogo a recuperi di tipo contributivo e fiscale.

trasferta e trasfertismoUna recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito i pilastri necessari all’individuazione del lavoratore trasfertista, facilitandone l’individuazione al fine di differenziare il trasfertismo dalla più comune trasferta.[1]

Per approfondire leggi “Trasferta o trasfertista? Un caso creato dalla giurisprudenza”

 

La trasferta: che cos’è ed il suo trattamento

Per trasferta si intende lo spostamento temporaneo del lavoratore verso un’altra località rispetto a quella in cui egli esegue normalmente la propria attività.

In altre parole quindi i dipendenti o gli amministratori che siano chiamati a svolgere le proprie mansioni temporaneamente fuori dalla sede di lavoro abituale a fronte di esigenze di servizio di carattere transitorio e contingente si considerano in trasferta.

 

Elementi caratterizzanti della trasferta: luogo di lavoro e occasionalità

Quindi, ai fini della configurabilità della trasferta sono necessari almeno due requisiti:

  1. permanenza del legame del lavoratore con l’abituale luogo di lavoro;
  2. temporaneità del mutamento del luogo di esecuzione della prestazione.[2]

La sede di lavoro, indicata nella lettera di assunzione del lavoratore subordinato oppure nel verbale dell’assemblea dei soci per l’amministratore, costituisce quindi un parametro essenziale al corretto trattamento della trasferta sia ai fini fiscali che previdenziali.

Il legislatore disciplina in modo diverso le trasferte a seconda che queste avvengano nel Comune o fuori dal Comune in cui è ubicata la sede abituale di lavoro del dipendente o amministratore. In particolare le agevolazioni fiscali e previdenziali trovano applicazione esclusivamente nell’ipotesi in cui il dipendente o amministratore sia chiamato a svolgere le proprie mansioni fuori dal Comune in cui è ubicata la sua sede di lavoro abituale.

Nulla rileva, ai fini dell’applicazione delle suddette disposizioni, la residenza anagrafica del lavoratore inviato in trasferta come pure non costituisce trasferta lo spostamento da e verso il luogo di lavoro quando la residenza del lavoratore si trova in un Comune diverso da quello della sede di lavoro.[3]

La trasferta e la conseguente erogazione dell’indennità esente, presuppone inoltre che lo spostamento del lavoratore sia determinato da fatti occasionali e contingenti e che lo spostamento sia temporaneo e provvisorio ed in un luogo diverso da quello presso cui il lavoratore abitualmente svolge la sua prestazione di lavoro.

Il lavoratore beneficia così di un trattamento contrattuale che lo deve ristorare del disagio e delle eventuali spese sostenute per conto dell’azienda durante lo svolgimento di lavoro esterno.

 

Trasferta all’interno o fuori del Comune sede di lavoro: l’indennità di trasferta

La trasferta può essere quindi sempre effettuata sia nell’ambito del territorio comunale sia al di fuori di esso: ciò che differenzia le due fattispecie è il diverso trattamento fiscale e contributivo applicato alle stesse.

Infatti solo nel caso in cui il lavoratore o l’amministratore svolgano le proprie mansioni fuori dal Comune in cui è ubicata la sua sede di lavoro abituale l’indennità forfettaria di trasferta è esente (sia ai fini fiscali che previdenziali) fino ad un massimo di 46,48 al giorno se la trasferta è svolta in Italia e fino ad un massimo di € 77,47 al giorno se la trasferta è svolta all’estero.

Difatti, invece, nell’ambito del territorio comunale dell’azienda è sempre esclusa la possibilità di corrispondere l’indennità di trasferta e, nel caso di corresponsione di rimborsi spese e chilometrici, essi sono soggetti a contribuzione a tassazione,ad eccezione del rimborso analitico di spese di trasporto (se documentato).[4]

 

Esenzione fiscale solo per le spese documentate e inerenti

Il ricorso al trattamento della trasferta comporta per l’azienda l’obbligo di documentare e giustificare sia l’effettiva prestazione di lavoro al di fuori del…

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