Rivalutazione dei beni di impresa: valutazioni di convenienza

rivalutazione beni di impresaLa legge di Bilancio del 2019 ha riaperto i termini per effettuare la rivalutazione dei beni di impresa. Si tratta di una misura che ogni tanto viene riproposta per “fare cassa,” ma la convenienza dell’operazione risulta circoscritta a un numero esiguo di fattispecie.

La valutazione deve essere effettuata dal contribuente a seconda della specifica situazione in cui si trova.

Gli elementi che incidono sulla convenienza dell’operazione sono di diverso genere.

Si procederà qui di seguito non all’approfondimento dell’intera disciplina, bensì all’esame degli stessi con l’intento di comprendere in quali casi l’operazione sia economicamente conveniente.

La legge di Bilancio 2019: la rivalutazione dei beni d’impresa

La possibilità di rivalutare i beni utilizzati nell’esercizio dell’attività d’impresa è prevista dall’art. 1, commi 940 e segg. della legge n. 145/2019. I beni oggetto di rivalutazione devono risultare dal bilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2017.

Inoltre, la rivalutazione deve essere evidenziata nel bilancio relativo al successivo esercizio in corso al 31 dicembre 2018. Si tratta, in buona sostanza, del bilancio successivo i cui termini di approvazione scadono dal 1° gennaio 2019 in avanti.

Le categorie omogenee e l’obbligo di rivalutare tutti i beni appartenenti alla medesima categoria

Il contribuente è obbligato a rivalutare tutti i beni appartenenti alla medesima categoria omogenea. Con riferimento agli immobili è possibile effettuare la distinzione delle seguenti categorie:

  • Aree fabbricabili aventi la medesima destinazione urbanistica;
  • Aree non fabbricabili;
  • Fabbricati non strumentali;
  • Fabbricati strumentali.

Invece, i beni mobili possono essere distinti in categorie omogenee a seconda dell’anno di acquisizione e del coefficiente di ammortamento.

La rivalutazione, come detto, deve riguardare tutti i beni facenti parte della medesima categoria omogenea e la previsione riduce considerevolmente, sebbene non in tutti i casi, la convenienza fiscale dell’operazione. In ogni caso l’Agenzia delle entrate ha chiarito che in caso di violazione, cioè qualora non siano rivalutati tutti i beni, non si verifica una decadenza automatica dai benefici fiscali.

Ciò a condizione che il contribuente provveda a rivalutare anche tutti gli altri beni appartenenti alla medesima categoria fruendo del ravvedimento operoso. In tale ipotesi il contribuente dovrà integrare l’imposta sostitutiva versata del 12 per cento per i beni non ammortizzabili e del 16 per cento relativamente ai beni ammortizzabili, oltre al pagamento degli interessi e delle sanzioni ridotte.

Valutazioni di convenienza

Il numero dei beni facenti parte della stessa categoria omogenea può rendere l’operazione di rivalutazione più o meno conveniente.

Si consideri ad esempio il caso di un contribuente che possiede 5 fabbricati, la cui categoria catastale è A/10 propria degli uffici. Uno degli immobili, che il contribuente intende cedere nei prossimi due anni, è iscritto in bilancio a 50.000 euro, ma il valore è considerevolmente superiore. Invece gli altri fabbricati, che sono anch’essi iscritti in bilancio ad un valore modesto non sono destinati ad essere ceduti.

La rivalutazione degli immobili avrà effetto ai fini fiscali con decorrenza dal secondo periodo di imposta successivo, quindi dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2020. Il contribuente ha dunque interesse a rivalutare il primo fabbricato, ottenere il riconoscimento del valore ai fini fiscali nell’anno 2020, e successivamente procedere alla vendita dello stesso azzerando completamente la plusvalenza realizzata.

La rivalutazione ha un costo rappresentato dall’imposta sostitutiva del 16 per cento per i beni ammortizzabili. Il risparmio è pari a 8 punti percentuali ai fini dell’IRES e dell’aliquota corrispondente all’IRAP. Il problema sorge, però, quando della stessa categoria omogenea fanno parte altri…

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