Sovraindebitamento: cessione del quinto nel Piano

Uno dei temi di rilevante interesse in materia di sovraindebitamento del consumatore è costituito dalla opponibilità delle cessioni del quinto dello stipendio.

Secondo la giurisprudenza di merito, in caso di finanziamento il cui rimborso avviene con cessione del quinto dello stipendio, il debitore rimane nella titolarità del quinto non ancora maturato (quindi non ancora ceduto) con la conseguenza che potrà disporre di tale quota al fine di organizzare il piano del consumatore verso i creditori.

La cosiddetta “cessione del quinto” è un contratto di finanziamento in favore di lavoratori subordinati e pensionati, il cui rimborso avviene tramite il versamento di una quota degli emolumenti mensili dal datore di lavoro o dall’ente previdenziale direttamente al finanziatore.

È doveroso ricordare che la L. 3/2012 concede la possibilità ai soggetti non fallibili, incapaci di ripagare i propri debiti per cause sopravvenute non attribuibili alla loro volontà (pertanto, meritevoli), di vedere falcidiati i propri impegni.

Nell’ambito di queste procedure il problema che si pone è se il finanziamento sostenuto da “cessione di quote di stipendio/pensione” debba o meno essere restituito secondo il piano di ammortamento inizialmente concordato o possa essere falcidiato. Il consumatore sovraindebitato può chiedere nel Piano che siano oggetto di ristrutturazione anche i finanziamenti garantiti dal quinto dello stipendio, del TFR o della pensione, oppure garantiti da pegno (art. 72 comma 3).

Viene in questo modo superato l’indirizzo stringente della giurisprudenza secondo la quale una volta intervenuta la cessione del quinto e dei crediti futuri in generale le rate maturate successivamente fuoriescono definitivamente dal patrimonio del debitore o comunque per almeno tre anni. Pertanto, secondo il Codice, divengono acquisibili all’attivo della procedura i quinti futuri di stipendio, TFR o pensione (anche se in giurisprudenza e dottrina, precorrendo i tempi della riforma, si sono affermate posizioni in tal senso già nel vigore della L. 3/2012).

Invece il correlato debito per finanziamento entra nel passivo col rango chirografario. Infatti, è opportuno ricordare che la cessione del quinto rappresenta un mandato all’incasso a scopo di garanzia e non è quindi un titolo di prelazione che possa essere fatto valere dal creditore.

Quanto al momento dal quale far decorrere l’incameramento, l’art. 72 prevede che tali contratti si sciolgono di diritto all’omologazione del Piano, e quindi questa è la data che funge da discrimine. Pertanto, trattasi uno scioglimento che opera volontariamente, a condizione che sia previsto nella domanda, e che non prevede alcuna istruttoria né contraddittorio con il finanziatore a differenza di quanto previsto per i contratti pendenti, art. 102.

Inoltre, lo scioglimento opera anche per i finanziamenti garantiti da pegno, a patto che, la natura privilegiata del credito non viene meno, e che dunque esso dovrà essere soddisfatto per l’intero, una volta ceduto il bene cui esso inerisce, una volta ceduto il bene cui esso inerisce, salvo ovviamente falcidia ex art.72 comma.

Praticamente, il risultato pratico dello scioglimento del prestito garantito da pegno è unicamente quello di interrompere la debenza che non può essere in altro modo fermata, visto e considerato che nessuna norma del Codice dispone che nel Piano i crediti si considerino scaduti agli effetti del concorso alla data di apertura della procedura, come invece avviene nel Concordato minore e, probabilmente nella Liquidazione controllata. Ciò consente la liberazione nell’immediato di flussi finanziari, fermo restando che non si determina un incremento delle risorse a favore dei creditori.

Senza scomodare l’applicazione analogica dell’art. 159 c….

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