La soglia penale dell'omesso versamento IVA è senza interessi

La soglia penale omesso versamento IVA è senza interessiAi sensi dell’art. 1, comma 1, lettera F) del d. Igs n. 74 del 2000 per valutare il superamento della soglia di punibilità di € 250.000,00 prevista per l’ipotesi di omesso versamento IVA, reato di cui all’art. 10 ter, del D.Lgs. n.74 del 2000, deve tenersi conto solo ed esclusivamente dell’IVA evasa e non anche degli interessi dovuti per il versamento trimestrale.

E’ questo il principio espresso dalla Corte di Cassazione – Sez.pen.- con la sentenza n. 46953 del 16 ottobre 2018.

Il fatto

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano che aveva condannato l’imputato alla pena di mesi 4 di reclusione, in relazione al reato di cui all’art. 10 ter del D.Lgs. n. 74 del 2000, per omesso pagamento IVA per € 250.808,00, anno 2010.

Davanti alla Corte di Cassazione, a mezzo del proprio difensore, l’imputato rileva che il fatto non è previsto dalla legge come reato per mancato superamento della soglia di punibilità, violazione dell’art. 10 ter, d. Igs. 74/2000, atteso che lo sforamento è relativo agli interessi (dovuti per la scelta del versamento trimestrale).

La sentenza in punto di diritto

Per il novellato art. 10 ter del D. Igs. n. 74 del 2000 (come modificato dall’art. 8 del d. Igs. 158 del 2015) il limite per la configurabilità del reato è di € 250.000,00: “E’ punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a euro duecentocinquantamila per ciascun periodo d’imposta“.

Nel nostro caso, la somma omessa è di soli € 248.325,00 di imposta evasa, mancando così l’elemento oggettivo del reato di omesso versamento di IVA, che si configura solo per omessi versamenti superiori ad € 250.000,00.

Infatti, ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett.F), del D.Lgs. n.74 del 2000 per «imposta evasa si intende la differenza tra l’imposta effettivamente dovuta e quella indicata nella dichiarazione, ovvero l’intera imposta dovuta nel caso di omessa dichiarazione, al netto delle somme versate dal contribuente o da terzi a titolo di acconto, di ritenuta o comunque in pagamento di detta imposta prima della presentazione della dichiarazione o della scadenza del relativo termine; non si considera imposta evasa quella teorica e non effettivamente dovuta collegata a una rettifica in diminuzione di perdite dell’esercizio o di perdite pregresse spettanti e utilizzabili».

In pratica, “nel calcolo dell’imposta quindi devono certamente detrarsi gli interessi pagati per il versamento trimestrale, conteggiati nella dichiarazione al rigo VL 36 in € 2.483,00; conseguentemente la somma dovuta per l’imposta IVA è di € 248.325,00 (sottosoglia) risultante dal rigo VL 32, mentre quella considerata dalla sentenza impugnata è di € 250.808,00, del rigo VL 38. La somma del rigo VL 38 (espressamente indicata nella sentenza impugnata, in relazione all’importo ed al rigo VL 38 della dichiarazione) è relativa sia agli interessi e sia all’IVA”.

Osserva la Corte che “il non superamento della soglia di punibilità esclude la stessa sussistenza del reato – parziale depenalizzazione – ed è quindi rilevabile d’ufficio, o in sede esecutiva ex art. 673, cod. proc. Pen”.

Del resto, non v’è dubbio, “che alla data odierna l’omesso versamento di somme inferiori a 250.000,00 euro non è (più) previsto dalla legge come reato, sicché ove dovesse contestarsi, oggi, l’omesso versamento di somme per importi inferiori alla nuova soglia, la formula di proscioglimento – come sopra visto – sarebbe «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato», che il giudice può adottare senza nemmeno accertare la corrispondenza al vero del fatto così contestato”.

Nel reato di omesso versamento di IVA, previsto dall’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74 del 2000, il superamento della soglia di punibilità – fissata,…

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