Liquidatori e amministratori di società di capitali in liquidazione: posizione fiscale

Liquidatori e amministratori di società di capitali in liquidazione: posizione fiscaleIn base alle norme civilistiche, l’Amministrazione finanziaria, in qualità di creditore non soddisfatto, può far valere le proprie ragioni anche nei confronti dei liquidatori. Dopo la cancellazione della società dal registro delle imprese, i creditori sociali possono rivalersi sui liquidatori, quando il mancato pagamento dipenda da questi come citato dagli artt. 2312 e 2495 c.c.

Secondo la dottrina civilistica, si tratta di una responsabilità aquiliana, ovvero, una responsabilità extracontrattuale, derivante dall’attività propria del liquidatore che, dunque, non risponderebbe direttamente per il debito societario, ma per un distinto debito nascente dal proprio comportamento colposo che lo stesso ha assunto durante lo svolgimento della sua attività[1].

Ne deriva che l’effettivo tributo non può in alcun modo considerarsi imputato al liquidatore, di conseguenza per poter attivare la responsabilità del medesimo, sarà necessario il definitivo accertamento dell’obbligazione tributaria della società.

In assenza di un fenomeno di imputazione del debito di imposta in capo al liquidatore, ed in assenza di una disposizione fiscale che faccia sorgere una fattispecie di carattere tributario, l’Amministrazione non  potrà attivare la responsabilità del liquidatore, ex artt. 2495 e 2312 c.c., tramite l’emissione di atti impositivi.

Gli uffici fiscali dovranno, quindi, far valere le proprie ragioni di credito, basate sulle norme codicistiche alla stregua di un qualunque altro creditore sociale e citando, in giudizio, il liquidatore dinanzi al giudice ordinario. Si dovrebbe escludere, anche in questo caso, che l’Amministrazione finanziaria possa godere di una qualche forma di privilegio, non trattandosi in senso proprio di un credito di imposta.

In questo modo, tracciati i confini civilistici della responsabilità dei liquidatori per i debiti societari, appare importante osservare in che modo opera la norma “speciale” dell’art. 36 Dpr 602/73, nei propri ambiti di applicazione (l’Ires non assolta dalle società di capitali).

L’art. 36 citato individua, oltre ai soci, altre due categorie di soggetti che possono essere chiamati a rispondere per l’Ires non assolta dalla società di capitali dopo la chiusura della liquidazione:

  • i liquidatori rispondono “in proprio” del pagamento delle imposte (relative al periodo della liquidazione ed a  quelli precedenti) qualora abbiano soddisfatto crediti di ordine inferiore a quelli tributari o abbiano assegnato beni ai soci senza prima avere soddisfatto i crediti tributari” (comma 1);
  • gli amministratoriquando gli stessi gestiscano la fase liquidatoria, senza che siano stati nominati i liquidatori; oppure quando abbiano compiuto attività di fatto liquidatorie od abbiano occultato attività sociali (anche mediante omissioni nelle scritture contabili) nei due periodi anteriori alla liquidazione” (commi 2 e 4)[2].

Ci si è interrogati sulla natura di tale responsabilità. Nella dottrina più recente sembra prevalere l’idea dell’autonomia della disposizione fiscale, rispetto all’art. 2495 c.c.[3] dato che, mentre la norma del codice civile richiede la sussistenza della “colpa” dei liquidatori, ciò non risulterebbe necessario per la disposizione fiscale. Questo è solo in parte vero, ossia nel limite in cui i comportamenti menzionati dalla disposizione fiscale siano in grado di “oggettivare” la colpa dei liquidatori.[4]

Il comportamento del liquidatore, che procede a ripartire l’attivo senza soddisfare i debiti societari, evidenzia una situazione implicitamente colposa, che appare in grado di giustificare, a livello di ratio, la responsabilità di cui all’art. 36.

Si potrebbero riscontrare casi in cui la colpa debba essere specificamente dimostrata dall’Amministrazione finanziaria, da attuarsi in base ad un procedimento tributario, come emerge dai commi quinto e sesto dell’art. 36.

Queste considerazioni non…

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