Obiettiva incertezza normativa: il decalogo della Cassazione

Obiettiva incertezza normativaIl potere di disapplicazione delle sanzioni per obiettiva incertezza normativa in ambito tributario è rinvenibile:

– nell’art. 8 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, cioè in una norma precipua della disciplina del rito innanzi le Commissioni tributarie, secondo cui “la Commissione tributaria dichiara non applicabili le sanzioni non penali previste dalle leggi tributarie quando la violazione è giustificata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferisce”;

– nella norma che ha dato spunto a diversi arresti della Cassazione, cioè l’art. 6, comma 2, del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472 (“non è punibile l’autore della violazione quando essa è determinata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle disposizioni alle quali si riferiscono”);

– nell’art. 10, comma 3, della Legge 27 luglio 2000, n. 212, c.d. Statuto del contribuente (“le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria”).

Recentemente la Corte di Cassazione, con la sent. n. 18405 del 12 Luglio 2018 , ha reso precise indicazioni sul tema, “compilando” una sorta di “decalogo” sul tema.

E’ stato rammentato che l’incertezza normativa oggettiva non ha il suo fondamento nell’ignoranza giustificata, ma nell’impossibilità, abbandonato lo stato d’ignoranza, di pervenire comunque allo stato di conoscenza sicura della norma giuridica tributaria.

L’essenza del fenomeno dell’incertezza normativa oggettiva si può rilevare – ad avviso della Corte – attraverso una serie di fatti indice, che spetta al giudice accertare e valutare nel loro valore indicativo, e che sono stati individuati a titolo di esempio e, quindi, non esaustivamente:

1) nella difficoltà d’individuazione delle disposizioni normative, dovuta magari al difetto di esplicite previsioni di legge;

2) nella difficoltà di confezione della formula dichiarativa della norma giuridica;

3) nella difficoltà di determinazione del significato della formula dichiarativa individuata;

4) nella mancanza di informazioni amministrative o nella loro contraddittorietà;

5) nella mancanza di una prassi amministrativa o nell’adozione di prassi amministrative contrastanti;

6) nella mancanza di precedenti giurisprudenziali;

7) nella formazione di orientamenti giurisprudenziali contrastanti, magari accompagnati dalla sollecitazione, da parte dei Giudici comuni, di un intervento chiarificatore della Corte costituzionale;

8) nel contrasto tra prassi amministrativa e orientamento giurisprudenziale;

9) nel contrasto tra opinioni dottrinali;

10) nell’adozione di norme di interpretazione autentica o meramente esplicative di norma implicita preesistente.

Si tratta di una evoluzione della giurisprudenza di legittimità che, in precedenza, aveva affermato (sent. n. 24670/2007), secondo un insegnamento consolidato, che l’incertezza normativa oggettiva, quale causa di esenzione del contribuente dalla responsabilità amministrativa tributaria, postula una condizione di inevitabile incertezza sul contenuto, sull’oggetto e sui destinatari della norma tributaria.

In altre parole, l’insicurezza ed equivocità del risultato conseguito attraverso il procedimento d’interpretazione normativa, riferibile non già a un generico contribuente, o a quei contribuenti che per la loro perizia professionale siano capaci di interpretazione normativa qualificata (studiosi, professionisti legali, operatori giuridici di elevato livello professionale), e tanto meno all’Ufficio finanziario, ma al giudice, unico soggetto dell’ordinamento cui è attribuito il potere-dovere di accertare la ragionevolezza di una determinata interpretazione[1].

Da notare che la sentenza n. 4787/2017 della Suprema Corte si è poi concentrata su di un aspetto di carattere processuale,…

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