I versamenti effettuati dai soci alla società giocano ai fini del sintetico

versamentiCon l’ordinanza n. 19613 del 24 luglio 2018, la Corte di Cassazione ha confermato l’accertamento sintetico, operato ai sensi dell’art. 38, commi 4 e 5, del D.P.R. n. 600/1973, basato sugli versamenti effettuati in qualità di socio nei confronti di una s.n.c..

Per i massimi giudici, si intende per “spesa per incrementi patrimoniali” ogni “esborso effettuato a tale scopo, sicché degli incrementi patrimoniali fanno parte anche i finanziamenti soci e tutte le altre forme di capitalizzazione, da considerare”

Breve nota

Nel corso dell’attività gestionale di una società commerciale, soprattutto nelle società a ristretto numero di soci, capita sovente che, al fine di soddisfare esigenze congiunturali di “cash”, i soci finanzino la propria società apportando denaro liquido, o una società finanzi delle proprie consociate, in stato di grave liquidità.

Questo tipo di comportamenti è sempre stato guardato “con sospetto” dai verificatori dell’amministrazione finanziaria, per le implicazioni fiscali che ne derivano.

I recuperi proposti dai verificatori trovano fondamento nel disposto dell’art. 46, comma 1, del T.U. n.917/86 (ex art. 43). La norma in questione reca la presunzione legale per la quale i finanziamenti effettuati dai soci alle società commerciali in cui partecipano vanno considerati a titolo di mutuo ex art. 1813 e ss. del codice civile.

Da tale presunzione relativa (se non risulta che il finanziamento sia stato fatto ad altro titolo come appunto prevede la norma in questione) ne scaturisce la fruttuosità dei finanziamenti operati.

Una volta verificato in bilancio l’esistenza del debito nei confronti dei soci, per somme da questi precedentemente versate alla società e che si considerano date a mutuo se, dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi delle società, non risulta che il versamento è stato effettuato ad altro titolo, a norma del comma 2, dell’art. 45 (ex art. 42), vige la presunzione, salvo prova contraria, della percezione degli interessi alle scadenze e nella misura pattuita per iscritto; se nulla viene stabilito per iscritto gli interessi si presumono percepiti nell’ammontare maturato nel periodo d’imposta, nella misura del saggio legale, per connessione con l’art.1284 del codice civile, rafforzata dal comma 3, dell’art.56, del testo unico.

La novella recata dal T.U. n. 917/86 ha operato, pertanto, un capovolgimento logico della precedente disposizione del vecchio D.P.R. n. 597/73[1].

La nuova formulazione dell’art.46 del T.U. più volte citato presume, infatti, l’esistenza del titolo (le somme versate si considerano date a mutuo), salvo sempre prova contraria da ricercare nelle rilevazioni contabili del mutuante e del mutuatario (se dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi non risulta che il versamento è stato effettuato ad altro titolo) e riconduce la quantificazione e qualificazione dell’imponibile nell’ambito dei redditi di capitale.

Presunzioni

Pertanto, scatta, la presunzione che le somme versate dai soci siano date a mutuo e diano luogo ad interessi con le modalità di cui all’art. 45, comma 2, del T.U.n.917/86, se:

  • sono versate a società in nome collettivo, in accomandita semplice, di armamento, di fatto che svolgono attività commerciale (preso atto dell’equiparazione stabilita dall’art. 5, comma 3), e a società di capitali ed enti commerciali, nonché se sono versati dagli associati alle associazioni (riconosciute e non) e dai partecipanti a consorzi, come disposto dal comma 2 dell’art. 43;
  • dai bilanci allegati alle dichiarazioni dei redditi delle società non risulti che il versamento è stato fatto ad altro titolo. Se emerge dal bilancio l’esistenza dell’obbligo della società di restituire le somme ricevute dai soci (ad esempio se i versamenti non sono appostati in bilancio con le voci del tipo “versamento c/capitale” oppure “finanziamento soci/aumento capitale sociale”, bensì con voci tipo “soci/finanziamento” oppure “debiti…
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