Iva versata in eccesso: detrazione possibile?

Iva versata in eccessoL’ipotesi di IVA applicata anche quando non dovuta è frequente. Gli operatori economici, nei casi dubbi, preferiscono applicare l’IVA piuttosto che escluderla ovvero applicare una aliquota IVA in misura superiore a quella effettiva.

Secondo l’ultimo intervento del giudice di legittimità è innovativo il riconoscimento del diritto alla detrazione dell’Iva versata in eccesso rispetto a quanto dovuto.

La legge 27/12/2017, n. 205 riduce i casi di contenzioso tra cedente/prestatore e cessionario/committente facendo emergere un più coerente sistema di neutralità dell’IVA.

Per effetto di tale novella normativa il destinatario della fattura conserva il diritto alla detrazione, ovviamente purché sussistano i presupposti sostanziali (soggettività passiva, esigibilità dell’imposta, inerenza dell’acquisto) e non vi siano limitazioni oggettive o soggettive (prorata, acquisti indetraibili), anche se l’imposta sia stata applicata dal fornitore in misura superiore a quella effettiva.

Ciò alla condizione che il fornitore abbia comunque assolto il tributo. In presenza di tali circostanze, quindi, il cessionario/committente va incontro esclusivamente alla sanzione formale da 250 a 10 mila euro, anziché a quella proporzionale del 90% dell’imposta e al pagamento dell’imposta stessa.

Principi

L’impresa non può detrarre l’Iva versata in eccesso perché calcolata su un’aliquota più alta[1]. Ciò in quanto non è retroattiva la norma contenuta nella legge 27/12/2017, n. 205 che prevede l’agevolazione fiscale anche in caso di errore.

La previsione di cui all’art. 6, comma 6, del decreto legislativo 18/12/1997, n. 471, introdotta dall’art. 1, comma 935, della legge 27/12/2017, n. 205, nella parte in cui prevede che, in caso di applicazione dell’imposta in misura superiore a quella effettiva, erroneamente assolta dal cedente o prestatore, resto fermo il diritto del cessionario o committente alla detrazione,[2] ai sensi degli artt. 19 e seguenti del dpr n. 633/1972, non ha efficacia retroattiva né può ad essa riconoscersi valore di norma interpretativa[3].

Ciò parte dalla valutazione che la detrazione dell’imposta pagata a monte non è ammessa in ogni caso in quanto non è sufficiente l’inerenza e che le operazioni siano fatturate ma è altresì indispensabile che queste siano assoggettabili all’Iva nella misura dovuta.

In tema di Iva, la detrazione dell’imposta pagata a monte per l’acquisto o l’importazione di beni non è ammessa poiché non è sufficiente, a tal fine, che le operazioni siano inerenti e fatturate, occorrendo che siano assoggettabili ad IVA nella misura dovuta.

Quindi, se l’operazione è stata erroneamente assoggetta ad Iva, per la misura non dovuta, restano privi di fondamento sia il pagamento dell’imposta da parte del cedente[4] e la rivalsa effettuata dal cedente nei confronti del cessionario e sia la detrazione operata dal cessionario nella dichiarazione Iva (Corte di cassazione sentenza 03 ottobre 2018, n. 24001).

Il soggetto emittente la fattura ha diritto di chiedere all’amministrazione il rimborso della maggiore Iva, il cessionario può chiedere al cedente la restituzione dell’imposta versata a titolo di rivalsa

Fino al 2017 è illegittima la detrazione dell’IVA che è stata addebitata dal fornitore del contribuente in misura superiore al dovuto.[5]

La disposizione varata nel 2017 per affrontare queste situazioni, infatti, non può applicarsi retroattivamente.

Ai fini della detrazione, occorre che le operazioni attengano all’oggetto dell’impresa e che siano fatturate con l’aliquota nella misura dovuta.

Ne consegue che, se l’operazione è stata erroneamente assoggettata a Iva in misura non dovuta, è preclusa la detrazione.

In questo contesto, il soggetto emittente la fattura ha il diritto di chiedere all’amministrazione il rimborso della maggiore Iva, mentre il cessionario può chiedere al cedente la restituzione dell’imposta versata a titolo di rivalsa[6].

Nell’ipotesi in cui…

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