Il giusto concetto di inerenza nel diritto tributario

Il concetto di inerenza nel diritto tributario: ai fini della deducibilità dei costi non è sufficiente che l’attività svolta rientri tra quelle previste nello statuto sociale, circostanza che ha un valore meramente indiziario circa l’inerenza all’esercizio dell’impresa, dovendo il contribuente dimostrare che l’operazione da cui deriva la spesa sia inserita in una specifica attività imprenditoriale e destinata, almeno in prospettiva, a generare un lucro in proprio favore. Tale considerazione deve comunque indurre a valorizzare spese che, anche in prospettive di ampia visione, si rivelino vantaggiose.

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La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 14579 del 06/06/2018, è nuovamente intervenuta sul concetto di inerenza nel diritto tributario, chiarendone, ulteriormente, i corretti profili di applicazione.

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio e riferiva che, a seguito di verifica eseguita dalla GdF presso la sede legale della società contribuente, l’Amministrazione finanziaria notificava un avviso di accertamento, con il quale era rettificato, in aumento di Euro 1.150.379,00, il reddito di impresa relativo all’anno 2004, importo corrispondente ai costi, ritenuti indeducibili, di produzione di servizi, resi da una società con sede all’estero, appartenente al medesimo gruppo di imprese.

La società, che, al contrario, sosteneva l’inerenza dei costi e le erronee valutazioni dell’Ufficio, impugnava l’atto impositivo dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Roma, che lo accoglieva, con sentenza poi confermata dalla Commissione Tributaria Regionale.

L’Agenzia censurava quindi la sentenza, tra le altre, per violazione dell’art. 109 del D.P.R. n. 917 del 1986, degli artt. 17, 21 e 23 del Dpr n. 633 del 1973, e degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., per l’erronea applicazione della disciplina in merito all’inerenza dei costi ed alla fatturazione delle operazioni.

Nel ritenere infondato il ricorso, i giudici di legittimità evidenziano che il concetto di inerenza è ricondotto al rapporto tra costo ed impresa, laddove la giurisprudenza di legittimità è stata solita affermare che l’inerenza all’attività d’impresa delle singole spese e dei costi affrontati, indispensabile per ottenerne la deduzione ex art. 109 del Tuir, va definita come una relazione tra due concetti – la spesa (o il costo) e l’impresa, sicché il costo (o la spesa) assume rilevanza, ai fini della qualificazione della base imponibile, non tanto per la sua esplicita e diretta connessione ad una precisa componente di reddito, bensì in virtù della sua correlazione con un’attività potenzialmente idonea a produrre utili (cfr., Cass., Ord. n. 20049 del 2017).

Lo spettro entro cui riconoscere un rapporto di inerenza è quindi molto ampio, non potendo peraltro essere ridotto entro criteri meramente formali, e dovendosene anzi ampliare la portata mediante la valorizzazione del rapporto e delle ricadute concrete tra spesa e coerenza economica con l’attività di impresa.

Così, sottolinea la Cassazione, se, per un verso, si è negato che il rapporto trovi conforto nella mera contabilizzazione del costo e che, al contrario, sia necessario e incombente sul contribuente, al fine della prova dell’inerenza, l’onere di allegazione della documentazione di supporto da cui ricavare l’importo, la ragione e la coerenza economica della spesa (tra le tante, anche recenti, Cass., Ord. n. 13300 del 2017), per altro verso, è stato opportunamente avvertito come, ai fini della deducibilità dei costi per la determinazione del reddito d’impresa, non è sufficiente che l’attività svolta rientri tra quelle previste nello statuto sociale, circostanza che ha un valore meramente indiziario circa la sua inerenza all’effettivo esercizio dell’impresa, incombendo sul contribuente l’onere di dimostrare che un’operazione, anche apparentemente isolata e non diretta al mercato, sia…

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