L’utilizzo contro le persone fisiche delle presunzioni legali

La Corte di Cassazione – in tema di indagini finanziarie nell’ambito del procedimento amministrativo tributario – è tornata a pronunciarsi sulla latitudine di applicazione soggettiva delle presunzioni legali relative disciplinate, come noto, dall’art. 32, comma 1, n. 2), del D.P.R. n. 600/1973.

In particolare, nella recente ordinanza n. n. 7281 del 23 marzo 2018, l’organo giudicante ha chiarito che, in tema d’imposte sui redditi, la presunzione legale (relativa)[1] della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari, non è riferibile ai soli titolari di reddito di impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti – come si ricava dal successivo art. 38, riguardante l’accertamento del reddito complessivo delle persone fisiche, che rinvia allo stesso art. 32, 10 comma, n. 2 – con la precisazione che all’esito della sentenza della Corte costituzionale 228/2014, le operazioni bancarie di prelevamento hanno valore presuntivo nei confronti dei soli titolari di reddito d’impresa, mentre quelle di versamento nei confronti di tutti i contribuenti, i quali possono contrastarne l’efficacia, nella fase di eventuale e non obbligatorio contraddittorio endo-procedimentale ovvero nella successiva sede contenziosa, dimostrando che le stesse sono già incluse nel reddito soggetto a imposta o sono irrilevanti[2].

La dianzi delineata posizione interpretativa si pone in linea con precedenti, analoghe pronunce giurisprudenziali. Infatti, la Suprema Corte, nella sentenza 20-01-2017, n. 1519, ha già avuto modo di chiarire che la presunzione legale in argomento si articola secondo due diverse modalità, distintamente previste nella prima e nella seconda parte, secondo periodo, comma 1, del citato art. 32: a) i “dati ed elementi” attinenti ai rapporti bancari possono essere utilizzati nei confronti di tutti i contribuenti destinatari di accertamenti previsti dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, artt. 38, 39, 40 e 41 (persone fisiche, titolari di reddito determinato in base alle scritture contabili, redditi di soggetti diversi dalle persone fisiche, redditi accertati d’ufficio); b) la presunzione legale secondo cui i versamenti ed i prelevamenti sono considerati ricavi o compensi può essere utilizzata nei confronti dei soli titolari di reddito di impresa o di reddito di lavoro autonomo, soggetti all’obbligo di tenuta delle scritture contabili (con la correzione apportata dalla Corte Cost. con la sentenza n. 228 del 2014 che ha dichiarato l’illegittimità della presunzione di maggiori compensi desumibile dai prelevamenti effettuati dai titolari di reddito di lavoro autonomo[3]). Mentre l’operazione bancaria di prelevamento conserva validità presuntiva nei confronti dei soli titolari di reddito di impresa, le operazioni bancarie di versamento hanno efficacia presuntiva di maggiore disponibilità reddituale nei confronti di tutti i contribuenti, i quali possono contrastarne l’efficacia adempiendo l’onere di dimostrare che “ne hanno tenuto conto ai fini della determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine”.

In maniera ancora più drastica, nella sentenza n. 22514 del 2013, la Corte ha ritenuto “priva di qualsivoglia riscontro normativo” la limitazione dell’ambito applicativo degli accertamenti bancari ai soli soggetti esercenti attività di impresa, artistica o professionale.

In conclusione, sussiste un consolidato orientamento secondo cui le indagini finanziarie abbiano portata generale, applicandosi a qualsiasi tipologia di contribuente ed a prescindere dalla tipologia di reddito prodotta.

In particolare, la Cassazione:

  • nella sentenza n. 10578/2011 – in relazione al recupero a tassazione di maggiori redditi sulla scorta di versamenti non giustificati da parte di un contribuente – afferma che “la giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 18081 del 2010; n. 7766 del 2008) ha, già, affermato il principio, che…
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