Il valore probatorio della dichiarazione di corresponsione del prezzo in atto pubblico

Lo strumento dell’accertamento sintetico autorizza l’amministrazione finanziaria a rettificare i redditi dei contribuenti sulla base delle spese di carattere personale e familiare compiute dagli stessi, anche quando sono riferibili ad investimenti di rilevante ammontare (acquisti di immobili e di aziende). In tale contesto, trattandosi di un acquisto immobiliare, la somma pagata dal contribuente viene assunta come “sintomatica” del possesso di redditi. È chiaro tuttavia che il contribuente può liberarsi delle presunzioni, attraverso le quali l’accertamento sintetico opera, fornendo all’ufficio una puntuale dimostrazione, ad esempio che il prezzo differisce da quello manifestato nell’atto, oppure che la provvista finanziaria necessaria all’acquisto non deriva (totalmente o parzialmente) da redditi non dichiarati nel periodo di imposta in osservazione.
Su tali tematiche è intervenuta la recente sentenza 3.11.2017 n. 26140 della Corte di Cassazione, nella quale in particolare è stata esaminata la portata del carattere “fidefacente” dell’atto pubblico: nel caso di specie, dell’atto di trasferimento dell’immobile.
Dal momento che in tale atto il pubblico ufficiale attesta solamente i fatti avvenuti in sua presenza, e non anche il contenuto delle dichiarazioni delle parti, secondo la Cassazione il giudice di merito non poteva omettere di valutare la prova offerta dal contribuente per confutare una dichiarazione resa (appunto) in atto.
Quindi, nonostante nell’atto fosse dichiarato che era stato erogato un certo prezzo per l’acquisto dell’immobile, il contribuente, in sede di ricorso contro l’accertamento sintetico, poteva dimostrare che il prezzo non era stato corrisposto, oppure che era inferiore a quello dichiarato in atto, o, ancora, che il denaro era stato elargito da terzi.
L’accertamento sintetico
Nel caso qui esaminato, l’Agenzia delle Entrate ha operato mediante lo strumento dell’accertamento sintetico, in particolare valorizzando l’investimento patrimoniale posto in essere dal contribuente.
Si rammenta che nell’ambito di tale tipologia accertativa, prevista dall’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973[1]: 

l’ufficio può determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo di imposta, salva la prova che il finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile;
la determinazione sintetica può altresì essere fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva individuato mediante l’analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell’area territoriale di appartenenza[2];
la determinazione sintetica del reddito complessivo è ammessa a condizione che il reddito complessivo accertabile ecceda di almeno il 20% quello dichiarato;
l’ufficio che procede alla ricostruzione sintetica del reddito ha l’obbligo di invitare il contribuente a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento e, successivamente, di avviare il procedimento di accertamento con adesione;
dal reddito complessivo determinato sinteticamente sono deducibili i soli oneri previsti dall’art. 10 del TUIR; competono, inoltre, per gli oneri sostenuti dal contribuente, le detrazioni dall’imposta lorda previste dalla legge.

Gli incrementi patrimoniali
Gli uffici sono abilitati anche a ricostruire sinteticamente il reddito complessivo dei contribuenti in presenza di spese per incrementi patrimoniali “ingiustificate”; tali spese, salvo prova contraria:

nella versione “storica” dello strumento (applicabile per i periodi di imposta fino al 2008), si presumevano sostenute, salvo prova …

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