La cartella di pagamento deve essere motivata e riportare gli atti presupposti

Con la sentenza del 15 novembre 2017 n. 27071, la sezione tributaria della Corte di cassazione ha accolto il ricorso presentato da un contribuente che aveva visto le sue doglianze soccombere nei primi gradi di giudizio.

Il principio enunciato dagli Ermellini è stato che, in tema di riscossione delle imposte sul reddito, la cartella di pagamento degli interessi maturati su un debito tributario deve essere motivata. Si precisa, inoltre, che non rileva la circostanza che il debito sia stato riconosciuto in una sentenza passata in giudicato poiché il contribuente deve avere la capacità di verificare la correttezza del calcolo degli interessi, precisando, che alle cartelle di pagamento notificate dopo l’entrata in vigore della legge n. 212 del 2000 dev’essere allegata la sentenza.

In particolare il contribuente si era lamentato, nel ricorso agli Ermellini, del mancato accoglimento delle proprie eccezioni sul punto da parte dei giudici di merito che avevano affermato come la cartella di pagamento, avente una natura meramente riscossiva, non deve necessariamente indicare le modalità di calcolo degli interessi già indicati nell’avviso di accertamento.

La Suprema Corte che accoglie il ricorso, ha una visione contraria rispetto alla decisione della CTR e considera la tesi del contribuente fondata  cassando la sentenza di appello con rinvio.

In particolare il caso trae origine dal ricorso proposto dal contribuente avverso ruolo e cartella di pagamento emessi per IRPEF ed ILOR, anni di imposta 1991 e 1992.

In primo e secondo grado il ricorso del contribuente è stato respinto.

Il giudice di appello affermava che la cartella di pagamento, di natura riscossiva, non doveva indicare le modalità di calcolo degli interessi, diversamente da quello sostenuto dal contribuente, in quanto tali chiarimenti erano già indicati nell’avviso di accertamento.

Dunque, il contribuente propone ricorso per cassazione con due motivi:

  1. con il primo motivo, si denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 7 e 17 della legge n.212/2000 in combinato disposto (art.360, primo comma, n.3, cod. proc. civ.) da parte della CTR, in quanto aveva negato la necessaria motivazione della cartella in merito alla norma disciplinatrice, alle percentuali ed ai criteri di calcolo e liquidazione degli interessi per ritardata iscrizione a ruolo del tributo;
  2. con il secondo motivo si denuncia l’insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art.360, comma 1, n.5, cod. proc. civ..

 

I motivi sono stati trattati  congiuntamente per connessione e sono ritenuti fondati e vanno accolti.

Il ricorrente ha sostenuto che la CTR ha erroneamente assunto che gli avvisi di accertamento, atti presupposti, contenessero le indicazioni circa le modalità di calcolo degli interessi, di modo da rendere legittima la successiva cartella, mentre erano privi di tali elementi: la cartella venne emessa, in ragione di avvisi di accertamento che erano stati impugnati, solo all’esito del passaggio in giudicato della relativa sentenza.

Nel caso di specie è stata data applicazione al principio di giurisprudenza consolidata espresso dalla Suprema Corte (vedi Corte di Cassazione nn. 15554/2017, 8651/2009 e n. 4516/2012), secondo cui “in tema di riscossione delle imposte sul reddito, la cartella di pagamento degli interessi maturati su un debito tributario deve essere motivata; non rilevando che il debito sia stato riconosciuto in una sentenza passata in giudicato, dal momento che il contribuente dev’essere messo in grado di verificare la correttezza del calcolo degli interessi, tanto più che alle cartelle di pagamento notificate dopo l’entrata in vigore della legge n. 212 del 2000 dev’essere allegata la sentenza”.

La Commissione Regionale avrebbe disatteso tale principio e non avrebbe chiarito gli elementi di fatto alla base della sua decisione: la decisione, così, risulta viziata.

15 febbraio 2018

Sonia…

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