Crediti da lavoro e TFR: se il datore è insolvente si ricorre al Fondo di Garanzia

L’obbligatorietà del TFR
Come sappiamo, l’ordinamento italiano prevede una retribuzione differita di natura previdenziale definita come “trattamento di fine rapporto”, ovvero “TFR”: tale obbligo è contenuto nell’articolo 2120 del Codice civile, il quale prevede – a seguito della modifica apportata con l’art. 1 della Legge n. 297 del 1982 – che “In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto a un trattamento di fine rapporto”.

L’articolo 2, comma 9, della Legge segnalata prevede inoltre che i datori di lavoro siano obbligati a inserire i dati concernenti l’accantonamento del TFR nelle denunce dei dati retributivi e contributivi.

Tale trattamento si calcola sommando, per ogni anno, una quota pari alla retribuzione annuale diviso per 13,5 ed alla quale va aggiunta la rivalutazione dell’importo accantonato l’anno precedente (regolato dall’art. 2120 C.c., comma 4), e il diritto alla liquidazione matura esclusivamente al momento della cessazione del rapporto di lavoro, dovendo le quote annuali essere considerate come meri accantonamenti contabili (ex multis, Cass., sez. lav., 18.11.1997, n. 11470).

Il diritto al TFR si prescrive in cinque anni (art. 2948, comma 5, C.c.) che decorrono dalla data di cessazione del rapporto di lavoro, mentre se il diritto al TFR è riconosciuto da sentenza di condanna passata in giudicato, esso si prescrive in dieci anni (art. 2953 C.c.).

 
L’istituzione del Fondo di Garanzia per il Trattamento di Fine Rapporto
Proprio la Legge n. 297/1982 già segnalata – su impulso di una Direttiva del 1980 del Consiglio della CEE che  aveva come obiettivo quello di garantire ai lavoratori subordinati una tutela minima qualora il datore di lavoro fosse insolvente, delineando un meccanismo di tutela basato sulla creazione di appositi organismi di garanzia che si sostituissero al datore di lavoro in caso di insolvenza di quest’ultimo – ha istituito presso l’Istituto Previdenziale il “Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto”, “con lo scopo di sostituirsi al datore di lavoro in caso di insolvenza del medesimo nel pagamento del trattamento di fine rapporto, di cui all’articolo 2120 del codice civile, spettante ai lavoratori o loro aventi diritto”. L’intervento segnalato è stato poi esteso da parte del D.Lgs. n. 80/1982, articoli 1 e 2, anche alle retribuzioni maturate negli ultimi tre mesi del rapporto.

Così sulla base di quanto previsto dall’articolo 24 della L. 88/1989, il Fondo di Garanzia fa riferimento alla Gestione delle Prestazioni Temporanee ai Lavoratori Dipendenti, ed è alimentato da un contributo a carico dei datori di lavoro pari allo 0,20% della retribuzione imponibile, e pari allo 0,40% della retribuzione imponibile per i dirigenti delle aziende industriali e ha una separata contabilità.

Nel corso del tempo sono comunque intervenute diverse decisioni della Corte di Giustizia europea, della Corte di Cassazione, così come della Corte Costituzionale, sul tema; ma non solo, perché anche gli interventi apportati dalle riforme del diritto fallimentare hanno avuto dei riflessi non indifferenti proprio sulle condizioni di accesso alle prestazioni del Fondo di Garanzia, cosicché è tato necessario che si esprimesse l’INPS con la Circolare n.  74 del 15 luglio 2008 oltre che con il successivo Messaggio n. 2084 dell’11 maggio 2016 per dissipare tutti i dubbi in merito.

 
I soggetti interessati
I soggetti che possono richiedere l’intervento del Fondo sono tutti lavoratori dipendenti da datori di lavoro tenuti al versamento del contributo che alimenta la Gestione, compresi i lavoratori con qualifica di apprendista e i dirigenti di aziende industriali (per i quali però sussiste l’obbligo di versamento maggiorato del contributo a tale fondo). Tale tutela è stata estesa anche ai soci delle cooperative di lavoro a partire dalla Legge n. 196/1997, articolo 24 comma 1. Qualora il …

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