Dichiarazione dei redditi, residenza estera e convenzione contro le doppie imposizioni

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24112 del 13.10.2017, ha chiarito una fattispecie in giudizio sotto il profilo dell’applicazione delle Convenzioni contro le doppie imposizioni.
Nel caso di specie il contribuente aveva proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della CTR del Piemonte, che, in accoglimento dell’appello dell’Ufficio, aveva rigettato il ricorso contro l’avviso di accertamento emesso per IRPEF e addizionali relative all’anno 2000, per omessa dichiarazione di redditi di lavoro dipendente (stipendi ed altre indennità) percepiti quale giornalista e corrispondente da Londra di un quotidiano nazionale.
Il giudice d’appello, premesso che il contribuente, nell’anno in contestazione, doveva effettivamente considerarsi (in virtù di molteplici e incontestati dati di fatto) residente a Londra, aveva in sintesi ritenuto, in base al complessivo quadro normativo richiamato (Convenzione tra Italia e Regno Unito per evitare le doppie imposizioni e norme del TUIR, applicabili ratione temporis), che il contribuente avrebbe dovuto dichiarare, in Italia, la retribuzione percepita per il lavoro prestato nello Stato di residenza e provare l’ammontare dell’imposta ivi versata, con conseguente applicazione della disciplina dettata dai citati artt. 51, c. 8-bis, e 165 del TUIR.
Nell’impugnare la sentenza davanti alla Suprema Corte, il ricorrente denunciava quindi la violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3, 20, 48, comma 8-bis, 15 e 128 del d.P.R. n. 917 del 1986 (del vecchio TUIR) e degli artt. 4 e 15 della Convenzione tra Italia e Regno Unito per evitare le doppie imposizioni del 21 ottobre 1988, ratificata con legge n. 329 del 1990.
Il contribuente, premesso che era pacifico in causa che egli, nell’anno oggetto di controversia (2000), era residente a Londra ed ivi svolgeva la propria attività di lavoro dipendente in qualità di giornalista corrispondente estero per il quotidiano, sosteneva che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice d’appello, in virtù dell’art. 15 della citata convenzione, il reddito percepito per tale attività era imponibile soltanto nel Regno Unito e non, quindi, in Italia.
Aggiungeva inoltre il ricorrente che alla stessa conclusione si perveniva anche in base alla richiamata normativa interna, avente comunque carattere residuale.
Il motivo di impugnazione, secondo i giudici di legittimità, era fondato.
La Convenzione tra Italia e Regno Unito per evitare le doppie imposizioni e prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, stipulata il 21 ottobre 1988 e ratificata e resa esecutiva con legge 5 novembre 1990, n. 329, prevede infatti, all’art. 15 («Lavoro subordinato»), nella parte che qui rilevava (comma 1), che «i salari, gli stipendi e le altre remunerazioni analoghe che un residente di uno Stato contraente riceve in corrispettivo di una attività dipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che tale attività non venga svolta nell’altro Stato contraente. Se l’attività è quivi svolta, le remunerazioni percepite a tal titolo sono imponibili in questo altro Stato».
Ribadisce dunque la Cassazione che la detta convenzione, così come le altre norme internazionali pattizie, riveste carattere di specialità rispetto alle corrispondenti norme nazionali e quindi prevale su queste ultime, dovendo la potestà legislativa essere esercitata nel rispetto dei vincoli derivanti, tra l’altro, dagli obblighi internazionali (art. 117, c. 1, Cost.; cfr. anche l’art. 75 del d.P.R. n. 600 del 1973) (tra altre, Cass. nn. 1138 del 2009, 2912 del 2015, 14474 e 23984 del 2016).
Ciò posto, la norma sopra riportata era chiara nel prevedere che le somme percepite da un soggetto residente nel Regno Unito, a titolo di retribuzione di un’attività di lavoro dipendente ivi svolta, sono assoggettate a tassazione esclusivamente in tale Stato (cfr., sull’omologo art. 15 della Convenzione tra Italia e Svizzera, in relazione a somme percepite a titolo di t…

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