Sulla deducibilità delle sanzioni dal reddito d'impresa

Aspetti generali
Normalmente, alle numerose norme sostanziali che disciplinano gli aspetti più minuti delle attività delle persone e delle imprese si accompagnano previsioni sanzionatorie, la cui finalità propria è di dissuadere da un determinato comportamento (evidentemente disapprovato per varie possibili ragioni).
Per le imprese, le sanzioni (penali, amministrative) sono dei componenti negativi di reddito dal punto di vista civilistico: in particolare, nella voce D20 del conto economico, secondo il principio contabile OIC n. 12, vanno indicate le imposte sul reddito dell’esercizio correnti, differite e anticipate, ricomprendendo le sanzioni pecuniarie e gli interessi maturati attinenti ad eventi dell’esercizio (ad esempio, ritardato versamento degli acconti ed altre irregolarità). Nella stessa voce D20 vanno classificati gli oneri per imposte dirette relative agli esercizi precedenti, compresi i relativi oneri accessori (sanzioni e interessi), e la differenza positiva o negativa derivante dalla definizione di un contenzioso a fronte di cui era stato stanziato un fondo.
Gli oneri per imposte indirette relative agli esercizi precedenti, compresi i relativi oneri accessori (sanzioni e interessi), e la differenza negativa derivante dalla definizione di un contenzioso a fronte di cui era stato stanziato un fondo, sono invece classificati per analogia agli oneri per imposte indirette dell’esercizio corrente nella voce B14) (oneri diversi di gestione).
Qualche riflessione sulla deducibilità delle sanzioni

In generale, la sanzione rappresenta la conseguenza (non desiderata dall’agente, ma eventualmente da esso preveduta) di un comportamento disapprovato dall’ordinamento.
Le sanzioni si ricollegano insomma al comportamento, e hanno la finalità di ripristinare le lesioni da questo arrecate alle posizioni soggettive tutelate: in questo quadro, le sanzioni penali sono finalizzate a “riparare” un’offesa allo stesso ordine pubblico, mentre le sanzioni civili prevedono il risarcimento ovvero il ripristino della situazione anteriore, e le sanzioni amministrative comportano un’“afflizione” all’autore della violazione.
Nel particolare ambito del diritto tributario, taluni comportamenti (ad esempio, l’evasione fiscale o, per meglio dire, l’infedele / omessa dichiarazione e altre fattispecie…) vengono sanzionati sia in via amministrativa, sia mediante specifiche norme penali.
Nel groviglio normativo che caratterizza il mondo tributario, però, le violazioni si sovrappongono ma non si identificano, a seconda dell’autorità preposta e della “regione” del diritto nella quale le sanzioni vengono irrogate: ciò che è “evasione” in sede amministrativa infatti non lo è sempre in sede penale.
Sia in ambito penale che in ambito amministrativo-sanzionatorio assume rilevanza la volontarietà del comportamento posto in essere dal soggetto agente, che può assumere connotazioni “dolose” o “colpose”.
Riferibilità della violazione
Per affrontare tale questione occorrerebbe previamente individuare qual è il soggetto colpito dalla sanzione: è utile a tale riguardo rammentare che, nel vigente sistema sanzionatorio amministrativo-tributario, vigono criteri di derivazione penalistica, in base ai quali tra l’altro:

la sanzione è riferibile alla persona fisica che ha commesso o concorso a commettere la violazione (art. 2, c. 2, D.Lgs. n. 472/1997);

fino a prova contraria, si presume autore della violazione colui che ha sottoscritto o compiuto gli atti illegittimi (art. 11, c. 2, D.Lgs. n. 472/1997);

l’autore della violazione dev’essere capace di intendere e volere (art. 4, principio di imputabilità), mentre le violazioni commesse devono essere coscienti e volontarie, caratterizzate da dolo o colpa (art. 5, principio di colpevolezza).

Ciò premesso: nel caso dell’imprenditore individuale, l’autore della violazione si identifica tipicamente con la persona …

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