Un caso di deducibilità dei costi black list

di Giovambattista Palumbo

Pubblicato il 22 giugno 2017

la deduzione dal reddito d'impresa dei costi black list, cioè sostenuti in un paradiso fiscale, è soggetta a forti limitazioni ma se ne può dimostrare l'effettività; un caso reale dalle aule della C.T.P. di Firenze

Commercialista_Telematico_Post_1200x628px_Dichiarazione_RedditiLa Commissione Tributaria Provinciale di Firenze, con la sentenza n. 1397/1/16 del 18.10.2016, ha affrontato il tema della deducibilità dei costi black list.

Nel caso di specie una società farmaceutica aveva impugnato l'avviso di accertamento notificato ai fini IRAP per l'anno 2009.

In seguito ad una verifica fiscale effettuata dalla Guardia di Finanze venivano contestati alcuni costi derivanti da operazioni intercorse tra la società e soggetti residenti in Stati a fiscalità privilegiata, sulla considerazione che essi non sarebbero stati deducibili ai sensi dell'art. 110, c.10, del TUIR, in quanto non risultavano provate le esimenti di cui al comma 11 della stessa norma.

A seguito d'invito da parte dell'Agenzia delle Entrate, la ricorrente forniva la documentazione riguardante ciascuna delle società coinvolte nelle contestazioni, consistenti in certificazioni CERVED, certificazioni degli organi governativi locali, estratti del sito internet, contratti ed altra documentazione ufficiale attestante l'effettivo svolgimento delle prestazioni fatturate.

L'Ufficio, tuttavia, non valutava positivamente tale produzione e con l'avviso di accertamento impugnato, recepiva il contenuto del PVC ed affermava che i costi sostenuti dalla ricorrente per le transazioni in questione non erano deducibili ai fini IRAP per un maggior imponibile di € 221.708