La continua violazione dello Statuto del contribuente durante le verifiche tributarie

In molte relazioni dei Garanti del contribuente viene (criticamente) evidenziata la persistente mancata attuazione dell’art. 15 della L. 212/2000 (Statuto del Contribuente).
L’Articolo 15 della L. 212/2000 (Statuto del Contribuente), intitolato “Codice di comportamento per il personale addetto alle verifiche tributarie”, dispone infatti che “Il Ministro delle finanze, sentiti i direttori generali del Ministero delle finanze ed il Comandante generale della Guardia di finanza, emana un codice di comportamento che regoli le attivita’ del personale addetto alle verifiche tributarie, aggiornandolo eventualmente anche in base alle segnalazioni delle disfunzioni operate annualmente dal Garante del contribuente”.
E ad oggi tale codice non è stato emanato dal Ministro.
Non sembra a tal proposito, del resto, che si possa ritenere, di fatto, adempiuto il disposto normativo grazie al fatto che sono state nel frattempo approvate le specifiche metodologie di controllo in sede di verifica e il Codice di comportamento del personale, da parte dell’Agenzia delle Entrate, e le istruzioni operative per i propri militari, da parte della Guardia di Finanza.
Senza l’approvazione di un apposito codice di comportamento da parte del Ministro (presumibilmente con decreto ministeriale), non sembra infatti possa dirsi comunque avvenuta l’attuazione del citato articolo 15.
A parte il dato letterale (in realtà anche sostanziale) della norma, in base al quale, come visto, il Codice di comportamento viene emanato dal Ministro, “sentiti” i Direttori generali del Ministero delle Finanze e il Comandante della GdF, il che è cosa ben diversa da un codice di comportamento emanato direttamente dai soggetti solo da “sentire” (con, evidentemente, mera competenza consultiva, certamente non vincolante per il Ministro, titolare invece del potere di emanazione), si ricorda che i provvedimenti emanati dal Ministro (che assumono di solito la forma del DM) sono fonti del diritto, mentre gli atti di prassi (Circolare Agenzia e istruzioni GdF) non lo sono.
A tal proposito anche la Cassazione, con la sentenza n. 237, depositata il 9 gennaio 2009, sul tema della valenza dei documenti di prassi dell’Amministrazione finanziaria, ha peraltro affermato che le circolari non sono atti normativi e, pertanto, sono prive del potere di innovare l’ordinamento giuridico.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23031 del 02.11.2007, avevano del resto già chiarito che “la cosiddetta interpretazione ministeriale (proveniente di solito da uffici centrali), sia essa contenuta in Circolari o risoluzioni, non vincola né i contribuenti, né i giudici, né costituisce fonte di diritto”.
Ammettere del resto che la Circolare sia vincolante per l’Amministrazione medesima o per i giudici, equivarrebbe a riconoscerle un potere normativo in palese conflitto con il principio costituzionale della riserva di legge di cui all’art. 23 della Costituzione.
Senza poter entrare in questa sede in una complessa analisi della differenza tra atti normativi non regolamentari, atti amministrativi generali e atti di prassi, comunque, equiparare un provvedimento di competenza di un Ministro alle istruzioni dei suoi Direttori generali, seppur di vertice, non sembra dunque possibile.
E questo anche considerato che la previsione della emanazione del citato decreto è inserita all’interno dello Statuto del Contribuente come norma di garanzia del Contribuente proprio “avverso” quei soggetti alle cui “istruzioni” si dovrebbe fare rinvio.
Per tale motivo, del resto, probabilmente, l’emanazione del codice di comportamento era stata imputata ad atto del Ministro, garante di terzietà (almeno sotto un certo punto di vista) rispetto alle Amministrazioni, invece sicuramente coinvolte nelle attività di verifica oggetto della regolamentazione.
E’ bene inoltre ricordare che, con la sentenza del 12 febbraio 2002, n. 17576, la Corte ha evidenziato …

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