Liti su cartella: la condanna alle spese e la sufficienza della notifica del ricorso a Equitalia

Equitalia Serranda abbassataCon la sentenza n. 3105 del 6 febbraio 2017 la Suprema Corte ha esaminato il caso della sopportazione delle spese di lite nel caso di vittoria del contribuente in una controversia ove erano convenuti sia l’ente impositore sia Equitalia.

Era quest’ultima a proporre ricorso al giudice di ultima istanza dopo che la stessa era stata condannata alle spese, dal Tribunale di Roma (sent. depositata il 21/05/2015) nel giudizio contro un contribuente per la riscossione di una cartella esattoriale.

A seguito delle doglianze esposte dall’agente della riscossione (che sostanzialmente lamentava la violazione degli artt. artt. 91 e 97 c.p.c., D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 12, 24 e 25) la Corte affermava che “nella controversia con cui il debitore contesti l’esecuzione esattoriale, in suo danno minacciata o posta in essere, non integra ragione di esclusione della condanna alle spese di lite, nè – di per sè sola considerata – di compensazione delle stesse, nei confronti dell’agente della riscossione la circostanza che l’illegittimità dell’azione esecutiva sia da ascrivere all’ente creditore interessato; restano peraltro ferme, da un lato, la facoltà dell’agente della riscossione di chiedere a quest’ultimo di manlevarlo anche dall’eventuale condanna alle spese in favore del debitore vittorioso e, dall’altro, la possibilità, per il giudice, di compensare le spese del debitore vittorioso nei confronti con l’agente della riscossione e condannare al pagamento delle spese del debitore vittorioso soltanto l’ente creditore interessato o impositore quando questo è presente in giudizio, ove sussistano i presupposti di cui all’art. 92 cod. proc. civ., diversi ed ulteriori rispetto alla sola circostanza che l’opposizione sia stata accolta per ragioni riferibili all’ente creditore interessato o impositore”.

Va ricordato preliminarmente che l’orientamento univoco della Cassazione indica che, con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi.

Oltre questa premessa, va detto che le due principali tesi, espresse in materia di condanna alle spese di lite, si incentrano sul cosiddetto principio di causalità e sulla regola della mera soccombenza. Secondo la prima il fondamento della condanna alle spese risiede nell’antigiuridicità del comportamento preprocessuale della parte, di cui la soccombenza, oggettivamente intesa, degrada a (più importante) indice rilevatore, per cui conta la condotta della parte che avrebbe potuto evitare la lite e che invece l’ha resa necessaria; quindi, secondo la c.d. teoria della causalità, soccombente è la parte che, lasciando insoddisfatta una altrui fondata pretesa o azionando una pretesa accertata infondata o, più in generale, con la sua condotta anteriore al giudizio, ha “dato causa”, ha provocato l’insorgere della controversia o di determinate spese, nel senso che ciascuna parte, anche quella vincitrice, è chiamata a rispondere delle spese che essa ha causato con istanze o atti che, alla fine del processo, si siano rivelati non strettamente necessari al perseguimento dello scopo di tutelare e ottenere il riconoscimento dei propri diritti.

La regola della mera soccombenza muove invece il suo assunto sul fatto oggettivo, a sua volta riassumibile nella regola victus victori, ai sensi della quale il vinto deve sopportare la totalità delle spese giudiziali; tale regola è quindi scevra da qualsiasi connotazione sanzionatoria e dalla valutazione di elementi soggettivi o di profili di responsabilità ed, in questa prospettiva,…

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