Il contratto di stock lending si scontra col Fisco

La Commissione Tributaria Regionale della Toscana, con la recente sentenza n. 354/13/17 del 08.02.2017, ha risolto una controversa questione in tema di stock lending.
Il contratto di Stock Lending: principi di funzionamento
Il contratto di Stock Lending è costituito da un prestito di titoli contro pagamento di una commissione (fee) e contestuale costituzione da parte del mutuatario (borrower) di una garanzia (rappresentata da denaro o da altri titoli di valore complessivamente superiore a quello dei titoli ricevuti in prestito), chiamata Collaterale, a favore del mutuante (lender), a garanzia dell’obbligo di restituzione dei titoli ricevuti.
Alla scadenza il mutuatario restituisce al mutuante altrettanti titoli della stessa specie e quantità dei titoli ricevuti e il mutuante ritrasferisce al mutuatario i beni oggetto della garanzia.
Se il collaterale è costituito da cash, il lender ha il dovere di remunerarlo al borrower ad un tasso di mercato. Se invece il collaterale fornito è Non-cash non viene richiesta alcuna remunerazione.
Ulteriore caratteristica di tale contratto è costituita dalla necessità che il rapporto esistente tra il valore dei titoli mutuati e il valore dei beni costituiti a garanzia rimanga inalterato nel corso della durata dell’operazione.
Ne consegue che entrambe le parti saranno obbligate ad integrare la garanzia originariamente prestata (in caso di apprezzamento dei titoli oggetto del prestito) o a restituire l’eccedenza (in caso di deprezzamento).
Per quanto riguarda la durata di tale tipo di contratto, si possono avere due tipologie:
• Prestiti aperti: non hanno una durata stabilita e quindi il borrower può chiudere l’operazione in qualunque momento e il lender può chiedere la restituzione dei titoli in qualunque momento. E’ la forma più utilizzata in quanto consente una maggiore flessibilità operativa.
• Prestiti chiusi: la durata del prestito è stabilita a priori e i due contraenti non possono chiudere l’operazione in anticipo e neppure rinegoziare il tasso. Le fee maturate sui prestiti, così come gli interessi sulla garanzia cash, vengono pagati/incassati mensilmente e non alla scadenza di ogni singola operazione.
Qualche anno fa numerose società italiane hanno stipulato dei contratti di prestito azionario corredati da una “scommessa” sulla misura dei dividendi erogati in relazione alle azioni ricevute in prestito.
Tale struttura contrattuale, e il connesso riflesso fiscale (come di seguito evidenziato con il caso oggetto di giudizio), è stata però subito oggetto di contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate.
La questione fiscale
Venendo dunque al caso di specie, l’Ufficio Antifrode di Milano, dando seguito ad una verifica fiscale mirata, avente ad oggetto operazioni finanziarie eseguite nell’anno 2005, notificava ad una società esercente l’attività di locazione di beni immobiliari propri il PVC, con cui avanzava contestazioni proprio in merito alla suddetta tipologia contrattuale.
L’Ufficio Antifrode segnalava poi alla competente Direzione Provinciale (nel caso di specie, di Firenze) la posizione di altra società, consolidante del gruppo di cui la prima società verificata faceva parte.
Sussistendone i requisiti di legge, le due società avevano infatti optato, nell’anno oggetto di accertamento, per l’applicazione della disciplina del consolidato fiscale di cui agli artt. 117 e ss. TU1R, in qualità di consolidante e di consolidata.
Per effetto di tale opzione, il reddito dichiarato dalla società consolidata per l’esercizio 2005 aveva concorso a formare l’imponibile consolidato esposto dalla società consolidante in sede di dichiarazione dei redditi di consolidamento di cui all’art. 122 del TUIR.
L’Ufficio di Milano emetteva dunque nei confronti della società consolidata l’avviso di accertamento di primo livello, con il quale rilevava la stipula di un contratto di Stock lending a suo dire fittizio, procedendo pertanto alla …

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